Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Opinioni

Cose da donne

Due si chiamavano Teresa, una Linda: tre donne diverse che il mondo aveva sottoposto a prove terribili e che hanno saputo trovare la strada per la dignità. Non ci sono più, ma l’8 marzo è anche la loro festa, non solo la nostra
OPINIONI - Tre storie, tre donne che ho conosciuto. Tre storie tristi e tre donne piene di vita che non si sono fatte abbattere né dalla sorte né dalla società maschilista nella quale sono vissute. Tre storie di dignità.

La prima si chiamava Teresa. Quando l’ho conosciuta verso la fine degli anni ’60 si aggirava per la città vestita di abiti dismessi da altre donne. Non chiedeva la carità, era troppo orgogliosa per farlo, ma accettava di essere aiutata. Quello che voleva era essere ascoltata. Teresa era pazza, la vita l’aveva fatta impazzire. Aveva visto, ragazza, la sua famiglia massacrata dai nazisti da qualche parte in provincia di Alessandria. Fratelli, genitori, solo lei era scampata, ma non era mai più stata come prima. Viveva la propria disgrazia con la fierezza della donna che ha lottato tutta la vita per esistere, nonostante l’abbandono da parte della società. Antifascisti compresi che, chissà perché, non l’avevano mai ascoltata quando raccontava. Li disturbava la sua chiarezza, la sua ferrea onestà che le impediva di scendere a compromessi. Stava di qua della barricata, non l’attraversava mai. Da una parte il bene, schiacciato e vilipeso, dall’altra il male, che male era e basta. Quindi era pazza.

Anche la seconda si chiamava Teresa e anche lei era pazza. Quando l’ho conosciuta era una ricoverata dell’Ospedale psichiatrico di Alessandria, liberata dalla Legge Basaglia. Era il 1981 e lei continuava a vivere in manicomio – che tale era nonostante l’abbellimento linguistico - perché non aveva dove andare. La sua storia era semplice, da manuale. Era nata zingara e da bambina serviva ai suoi genitori per smuovere a compassione i passanti. Era cresciuta chiedendo la carità e una volta era stata fermata dalla forza pubblica, identificata e schedata, a rischio per tutti perché era zingara e femmina. La seconda le fu fatale. Era malata e decisero di portarla via dalla strada. Le fecero firmare un foglio. Aveva quindici anni e non era capace di leggere e scrivere, quindi non poteva sapere che aveva chiesto di essere internata per il suo bene.  La malattia venerea si curò, ma la sua voglia disperata di uscire e ritornare dalla sua famiglia venne ritenuta sintomo evidente di squilibrio mentale. La chiusero in manicomio, così, semplicemente, per levare di torno un fastidio per gli occhi e la coscienza dei benpensanti. Una fra le tante che avevano bisogno di aiuto e non di segregazione.

Quando la conobbi era ancora una bella donna, sui settanta, minata dal cancro che l’avrebbe uccisa in poco più di un anno. Aveva le mani dal palmo duro come il marmo per i calli che si erano formati stirando le lenzuola senza ferro, che sarebbe stato pericoloso. Le suore del reparto femminile erano terribili, le ricordo bene, e Teresa era un oggetto, adatta ai compiti più umili e servili. Era lucida, intelligente, meravigliosa nella sua gioia perché la nuova legge le permetteva di poter uscire a fare piccole commissioni, le monete per il giornale strette nella mano dura come il marmo.

L’ultima si chiamava Linda, la persona più intelligente che ho conosciuto. Era una contadina che a malapena sapeva leggere e scrivere. Parlava in dialetto, era piccola e storta perché nel suo paese, in alta collina, l’acqua una volta non arrivava e bisognava scendere a Tanaro per prendersela e portarla su per la salita ripida in due secchi attaccati all’estremità di un corto palo di legno. Una vita a portare acqua, a lavorare come bracciante nei campi perché la sua famiglia era povera e non aveva bestie. La paga era misera, consisteva in un quarto del raccolto dal quale veniva detratta la semenza per l’anno successivo. Dalla mattina alla notte, lavorando come un uomo, con in più tre figli da far crescere. Senza vergogna raccontava di quando, tornando dai campi a notte inoltrata, rubava qualche fagiolo per sfamarli o di quando, sfiancata dalla fatica, dalla fame e dalle preoccupazioni, aveva confessato al parroco del paese di non voler più avere figli. Lui l’aveva rimproverata e le aveva rifiutato l’assoluzione. Aveva pianto, ma non era donna da restarsene in lacrime a rimuginare sulla nuova ingiustizia appena patita. Aveva preso ed era scesa in città. Era andata dai frati, che sapeva più liberi di testa, e si era confessata. Aveva ottenuto senza problemi l’assoluzione e se n’era tornata in paese contenta e sollevata da un peso che non aveva voluto portare.

Quando ci fu il referendum per il divorzio gareggiammo nel tentativo di convincerla a votare No alla sua abolizione, ma non ci fu nulla da fare. Avrebbe votato Sì perché così le diceva la sua educazione e la formazione di una vita. Vinto il referendum, andammo, come facevamo sempre, a casa sua a trovarla e, naturalmente, parlammo di come il divorzio era stato confermato. Restammo di sale quando ci disse che anche lei aveva votato No. Ma come, le chiedemmo, proprio lei che aveva sempre detto che il divorzio era sbagliato? Ci guardò sorridendo: “Ho pensato ai miei figli. E se fosse capitato a loro di trovarsi male con la persona che avevano sposato? Così ho pensato che non potevo decidere io per loro, che dovevano essere liberi di fare quello che credevano giusto. E ho votato per il divorzio”.

Tre donne diverse che il mondo aveva sottoposto a prove terribili e che hanno saputo trovare la strada per la dignità. Non ci sono più, ma l’8 marzo è anche la loro festa, non solo la nostra.

Finisco con un invito: giovedì sera 9 marzo venite al Cinema Alessandrino alle 21 con la vostra famiglia. L’entrata è gratuita e il film che sarà proiettato è davvero bello: “Sette minuti” di Michele Placido. Racconta una storia piena di dignità nelle quali sono protagoniste le donne di un consiglio di fabbrica alle prese con una decisione difficile da prendere, che turba le coscienze e mette allo scoperto i problemi di questi tempi difficili.
8/03/2017
Giulio Massobrio - redazione@alessandrianews.it

Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus

Facebook


Maurizio Landini alla Festa d'Aprile
Maurizio Landini alla Festa d'Aprile
Centri sportivi: dalla Giunta la proposta per la ricerca di un partner privato
Centri sportivi: dalla Giunta la proposta per la ricerca di un partner privato
Alessandria-Arezzo 2-3. Le foto di Gianluca Ivaldi
Alessandria-Arezzo 2-3. Le foto di Gianluca Ivaldi
Inaugurato il nuovo laboratorio di chimica organica all'Istituto 'A.Volta'
Inaugurato il nuovo laboratorio di chimica organica all'Istituto 'A.Volta'
Viaggio nel mondo della sicurezza con l'Ispettorato del Lavoro di Alessandria
Viaggio nel mondo della sicurezza con l'Ispettorato del Lavoro di Alessandria
Da Osaka ad Alessandria
Da Osaka ad Alessandria
Bimbi in maschera e dolci sorprese per il Carnevale
Bimbi in maschera e dolci sorprese per il Carnevale
Carnevale al Cristo: le premiazioni
Carnevale al Cristo: le premiazioni
Carnevale al Cristo: la sfilata in corso Acqui
Carnevale al Cristo: la sfilata in corso Acqui
Droghe e alcol: impennata di consumo fra i più giovani
Droghe e alcol: impennata di consumo fra i più giovani