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Opinioni

Coratella ingrata

La gratitudine non è di questo mondo. Se ne sono accorti anche i frati dello “Zecchino d’oro” – gli Antoniani – che nella grassa, più che dotta, Bologna hanno pensato di vivacizzare la mensa per i poveri, invitando a cucinare gli chef più blasonati e famosi. "La prima cosa che dovrete superare quando proporrete una nuova visione delle cose – sosteneva Albert Einstein – è l’ironia di cui sarete fatti oggetto, da parte della maggioranza di chi vi ascolta"
OPINIONI - La gratitudine non è di questo mondo. Se ne sono accorti anche i frati dello “Zecchino d’oro” – gli Antoniani – che nella grassa, più che dotta, Bologna hanno pensato di vivacizzare la mensa per i poveri, invitando a cucinare gli chef più blasonati e famosi, anche per chi non frequenta i locali dei Vip.
Tra questi Simone Salvini (nella foto) che ogni mercoledì, gratuitamente, si presenta ai fornelli dei religiosi emiliani per proporre le proprie specialità ai profughi e ai bolognesi bisognosi, ospitati appunto dai frati. Se non che Salvini, oltre a possedere la caratteristica non sempre comune tra i cuochi di aver studiato lettere e di poter vantare un master in psicologia, è soprattutto uno chef … vegano, ossia un cuoco che cucina pietanze prive di qualsiasi prodotto di origine animale.
Una filosofia alimentare e di vita, la sua, che trae origine dal voler manifestare anche attraverso la scelta e il confezionamento del cibo, un rispetto assoluto per l’ambiente e per tutte le creature che lo popolano. Teorie che però sembrano non aver convinto – in primis – proprio quanti della discriminazione e della mancanza di rispetto ogni giorno subiscono le conseguenze sulla propria pelle: i poveri e i diseredati.
«Abbiamo bisogno della carne, altrimenti preferiamo ritornare in strada», hanno protestato molti di loro alla vista delle leccornie a base di fagioli e farro proposte dal cuoco toscano.
Di sicuro Salvini alle prese di posizione contrarie è abituato: tanto da sottolineare immediatamente l’approvazione ottenuta da parte di altri ospiti del convitto, oltre che della liceità delle opinioni diverse dalla propria, anteposta alla pericolosità del mono pensiero. Eppure, al di là della nota di pur dubbio colore contenuta in questa vicenda, qualche ulteriore considerazione vale forse la pena di farla.
Innanzitutto sulla difficoltà da parte di chiunque provi a prospettare un’alternativa al comune pensare (sul cibo, come sul resto), di essere preso in considerazione seriamente. «La prima cosa che dovrete superare quando proporrete una nuova visione delle cose – sosteneva Albert Einstein – è l’ironia di cui sarete fatti oggetto, da parte della maggioranza di chi vi ascolta». È il caso appunto di Salvini al quale – nonostante la letteratura scientifica sempre crescente circa la maggiore salubrità della dieta vegetariana e, soprattutto, nonostante i recentissimi allarmi dei massimi organismi sanitari mondiali sulla potenziale cancerogenicità degli insaccati – si contrappone, seguitissimo ogni settimana, lo sberleffo di Maurizio Crozza. Che fa il suo lavoro di comico e imitatore, ben inteso, ma che in questo caso induce quanto meno a confondere, banalizzandolo, il valore di una scelta etica finalizzata all’eliminazione della sofferenza animale, oltre che di salvaguardia del pianeta minacciato dagli sprechi delle mono colture e dalle esalazioni tossiche degli allevamenti intensivi, con una mera quanto fatua moda alimentare, riservata a poche decine di rincoglioniti un po’ snob.
Non è così: i vegan, anche nel nostro Paese (Piemonte e Torino in testa), sono ormai milioni di persone. Basta guardare negli scaffali della grande distribuzione, per accorgersi che sono sempre di più gli alimenti di origine vegetale presenti e non più appannaggio dei pochi (e carissimi) negozietti semicarbonari, apparsi sul finire degli anni ’70. In Italia, peraltro, senza nemmeno il bisogno di considerare seitan e tofu, per capire e accettare che quella vegetale è la base della dieta nazionale, è sufficiente fare mente locale sull’infinità di paste, pizze, focacce, farinate, legumi e verdure cucinate in ogni forma e secondo venti differenti e sempre squisite declinazioni regionali. Un motivo in più di riflessione sull’atteggiamento, per così dire, rivendicativo dei poveri di Bologna. I quali - metafora tragicomica di un intero sistema paese - non scandalizza considerino la carne un nutritivo irrinunciabile, ma che preoccupa, invece, ritengano la carità non dovuta di un pasto completo e gratuito, biologico persino, come un diritto acquisito sul quale poter contrattare.
29/04/2016
Maurizio Scordino - redazione@alessandrianews.it

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