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Opinioni

Cittadella: il dibattito zoppo

E’ proprio in un tempo inadatto a coltivare progetti di grande impegno e dispendio, che si potrebbe, con mezzi modesti, commissionare una ricognizione dei rilievi tecnici effettuati sulla Cittadella e divulgabili senza remore. Così come con risorse del tutto limitate si potrebbe promuovere una ricerca sui modi con i quali altri Paesi europei hanno affrontato il problema della loro conservazione e fruizione
La Cittadella continua a tenere banco nei discorsi di prospettiva su Alessandria. Prima ancora che un “luogo del cuore” (per la quale distinzione si adopera attualmente il FAI) appare un “luogo della mente” (un richiamo irresistibile e diffuso, non solo per la politica locale – pre e post elettorale – ma per tutti quanti si spendono per individuare e mettere a frutto nuove risorse di sviluppo cittadino).

La più recente proposta-manifesto suona più o meno così: aprire la Cittadella alla Città; portare la Città nella Cittadella. Slogan accattivante e multiuso che, a seconda di chi lo proclami, può rappresentare tanto un generico, simpatico suggerimento progettuale di vasta portata tecnico-culturale, quanto una tendenza surrettizia alla manomissione, in via breve e casereccia (pardon: valorizzazione d’uso), dell’illustre monumento militare.

Le due “scuole di pensiero”, se così possiamo chiamarle, si confrontano e si intrecciano, del resto, da quando lo Stato ha manifestato l’intenzione di dismettere la gestione diretta (Esercito) e, in prospettiva, anche la titolarità/proprietà dell’ingente compendio architettonico, in predicato di confluire nel patrimonio indisponibile del Comune, frattanto designato alla custodia del bene in attesa degli atti definitori e definitivi.

Ma non è sulla compresenza di queste due “scuole” più o meno battibeccanti - l’una, detto scherzosamente alla torinese, che si ispira al modello inarrivabile della Venaria Reale e l’altra che arieggia al modello ludico-commerciale dei Murazzi sul Po – che intendo soffermarmi , ma su un elemento di comunanza, vale a dire la carenza, almeno a livello di dibattito diffuso, di essenziali presupposti di conoscenza tecnica di base sull’oggetto di tanta speranzosa attenzione.

Di che cosa si parla, in effetti, quando si parla di Cittadella? Spesso e volentieri di una visione “da cartolina” della fortezza savoiarda, supportata da dilettevoli passeggiate per gli spazi, entro i bastioni, resi disponibili ai visitatori in occasione delle diverse iniziative a tema (fieristico, sportivo, spettacolare, commemorativo etc.)promosse in via provvisoria dal Comune. Onde, già sullo stato di conservazione del complesso architettonico-militare, le idee cominciano subito a divergere, tra chi lo ritiene discreto e promettente (per una fortezza quasi tricentenaria) e chi manifesta forti preoccupazioni per le condizioni di degrado degli edifici, ben rappresentate, ancorché episodicamente, dalla rigogliosa vegetazione che fuoriesce dai non pochi tetti sfondati. Degrado, manco a dirlo, acceleratosi dopo il ritiro del presidio militare che bene o male “tamponava” gli effetti del tempo e delle intemperie.

Non è, a dire il vero, che manchino, che non si abbia notizia di studi, prospetti, mappe, rilievi quotati e relazioni tecniche sul compendio esistente, redatti eventualmente a corredo di ipotesi progettuali di sistemazione e riutilizzo di qualche anno addietro ( dalla ricerca commissionata al Politecnico di Torino e pubblicata dall’editore Allemandi – Riabilitare la fortezza: idee per la Cittadella di Alessandria- nel 2002, ai lavori prodotti per il tentativo di inserimento della Cittadella nella “tentative list” afferente al Patrimonio mondiale dell’UNESCO). Gli è che tale documentazione è da anni sedimentata negli archivi e non è diventata, almeno per sintesi, estratti o schede illustrative, strumento d’uso corrente, o facilmente raggiungibile, se non per una ristretta schiera di studiosi e tecnici normalmente discosti dall’estemporaneo dibattito sul “che fare” della Cittadella.

Al quale dibattito manca così, attualmente, la “gamba tecnica”, la ricognizione fattuale, cioè, della consistenza e della precarietà del complesso fortificato, comprese ed evidenziate le zone e strutture pericolanti o comunque pericolose da interdire seriamente alla pubblica frequentazione. Può essere che questa notevole carenza, questa “falsa partenza” dei discorsi di recupero e riuso della Cittadella, sia da addebitare a mera superficialità, alla fretta di consegnare alle stampe, o all’uditorio, l’ennesima “idea luminosa” di intervento sulle auguste spoglie. Ma potrebbe anche rivelare, qua e là, una provincialissima determinazione a trattenere in loco, in una cerchia amicale, destini e decisioni sul futuro della Cittadella, al riparo da interferenze o “pretese” di terzi, istituzionali o professionali che siano: impossibile da diversi punti di vista, ma piacevole da coltivare, come lasciavano intravvedere diverse iniziative politico-popolari degli anni scorsi.

E’ proprio in un tempo inadatto a coltivare progetti di grande impegno e dispendio, che si potrebbe, con mezzi del tutto modesti, commissionare una ricognizione, con eventuale completamento, dei rilievi tecnici finora effettuati sulla Cittadella e divulgabili senza remore di riservatezza (nello stato di sito militare era tra l’altro inibita l’ effettuazione e pubblicazione di riprese aeree o di mappe dalle stesse derivate) e di costo. Così come con risorse del tutto limitate si potrebbe promuovere una ricerca (non monumentale, esemplificativa) sui modi e sugli esiti con i quali altri Paesi europei, ben dotati di fortezze militari dei secoli scorsi, hanno affrontato il problema della loro conservazione e fruizione.

Bene, come si dice, “portare avanti il discorso” sulla Cittadella. Meglio ancora trarlo in salvo dalla domestica asfissia. 

[Dal blog appuntialessandrini.wordpress.com]
31/10/2012
Dario Fornano (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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