Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Alessandria

Carceri sicure per città sicure: una prospettiva

Quanto è sicuro un carcere? Qual è il suo compito? Attraverso quali vie lo si persegue? Siamo sicuri che il modello "carcere-discarica" sia davvero ciò che vogliamo per la nostra società e ciò che può garantire maggiore sicurezza a tutti?
ALESSANDRIA - Alcune recenti notizie di fatti di cronaca all’interno del mondo penitenziario (ivi incluse le carceri alessandrine) hanno innescato un dibattito su quanto sia (in?)sicuro il carcere e su quali possano essere gli strumenti utili per un suo miglioramento. All’interno di questo dibattito, troppo facilmente si rischiano equivoci e fraintendimenti, tra sommari allarmismi e sottovalutazioni vere o presunte.
Di cosa parliamo quando parliamo di sicurezza penitenziaria?
La domanda, che torna periodicamente di attualità, necessita prima di tutto di qualche chiarimento preliminare.
In un certo immaginario collettivo, il carcere è un’istituzione finalizzata, in primo luogo, a garantire la sicurezza sociale, rinchiudendo tra le sue mura chi quella sicurezza ha già posto in pericolo, rivelandosi così socialmente inaffidabile; penitenziari, dunque, come contenitori di violenza il cui compito è impedire che il proprio contenuto si disperda nell’ambiente esterno, inquinandolo pericolosamente. L’analogia di questa logica con quella della gestione dei rifiuti è evidente, al punto che nei convegni di settore è ormai divenuta una banalità etichettare i penitenziari come “discariche sociali”.
Se il carcere è una discarica, coloro che ci vivono e ci lavorano sono immersi in un ambiente mefitico, un’aria nociva e insalubre, uno scenario di pericolo incombente ed assoluto; fuor di metafora e in questa prospettiva, il carcere-discarica deputato alla sicurezza sociale è, probabilmente, il luogo più insicuro della nostra società. Dentro questa visione, il riflesso condizionato è quello di rafforzare la dimensione della sorveglianza fisica, in una logica di contrapposizione muscolare tesa a mostrare, ai detenuti violenti, tutta la capacità di reazione e la forza del sistema di controllo e di repressione degli atti illeciti nel territorio della pena. E’, storicamente e archetipicamente, il modello più utilizzato – perlomeno nel nostro Paese - per garantire l’ordine e la sicurezza, un’endiadi tanto enfatica quanto, nella realtà dei fatti, difficile a praticarsi: un modello – la Storia del carcere italiano ce lo ha purtroppo abbondantemente dimostrato – ben poco efficace in passato e drammaticamente inadeguato alle sfide del nostro tempo.
Come accade in molte occasioni, anche in questo ambito, il microcosmo carcerario si trova a svolgere il ruolo di battistrada e laboratorio di questioni sociali ben più ampie: ed, infatti, come accade anche nella vita “libera”, la dimensione della violenza, svincolatasi – almeno in parte – dalle ideologie salvifiche e sistemiche del ‘900, si polverizza in una miriade di atti spesso incomprensibili e legati, al di là delle dimensioni specifiche, dall’unico filo rosso dell’odio e del disagio. Non più (o non solo) una violenza organizzata, fredda, in qualche modo controllata e finalizzata da associazioni criminali e terroristiche che la pianificano e “autorizzano”, quanto piuttosto, un’esplosione – più o meno premeditata, ma spesso del tutto estemporanea – di forza distruttiva priva di altri obbiettivi oltre a quello del male inferto, in qualche caso solo sponsorizzato (ma non guidato) da prospettive fondamentalistiche o antisistema.
Questa dunque è la nuova sfida della violenza, dentro e fuori dal carcere. E’ una sfida che richiede, a chi si trova a doverla fronteggiare, intelligenza oltre e molto più che muscoli. E’, tra l’altro, una sfida gravida di rischi strutturali, foriera di potenziali e dirompenti corollari, a partire dalla possibile progressiva instaurazione di una dimensione quotidiana, diffusa ed imprevedibile di violenze endemiche.
Come comprendere, decodificare e leggere uno scenario di tale complessità, come fronteggiare efficacemente i pericoli che esso reca con sé: questa è la questione che dobbiamo imparare ad affrontare adeguatamente.
Su questa direzione di marcia non ci sono ricette preconfezionate e automatiche, risposte standardizzate e routinarie; anzi, un approccio possibile deve muovere proprio dalla necessità di diversificare, di distinguere le situazioni concrete, evitando generalizzazioni, sottovalutazioni e allarmismi. Dare per scontata una lettura imperniata sulla omogeneità delle persone come automaticamente violente e pericolose in quanto detenute costituisce – oltre che una evidente mancanza di giustizia – un errore metodologico cruciale, una profezia destinata ad autoavverarsi, consegnando nelle mani di chi effettivamente ha intenzioni bellicose una manovalanza estesa ed indistinta.
Ciò che dobbiamo fare, nelle carceri (e, credo, possibilmente nella società esterna) è esattamente l’operazione inversa: prenderci cura e conoscere le persone individualmente, fornendo risposte ed opportunità diversificate ai bisogni, alle situazioni e alle intenzioni di ciascun essere umano; capire e ricostruire le situazioni, le storie, le estrazioni culturali e familiari, le dinamiche di relazione di ciascuna persona detenuta, per poter decodificare adeguatamente la realtà e prevenire – o, almeno, ridurre al minimo - i rischi e i pericoli. E’ un lavoro estremamente dispendioso, che necessita di considerevoli risorse umane – oltre che tecnologiche -, sia sotto l’aspetto quantitativo che sotto quello qualitativo.
Ecco allora che il mio cruccio (come quello di tanti colleghi) di non avere a disposizione le tante risorse necessarie – a cominciare dai poliziotti penitenziari, educatori, psicologi, assistenti sociali, per non dire delle opportunità di lavoro e delle risorse logistiche esterne al carcere – non può che essere comune con quello delle Organizzazioni Sindacali, che da troppi anni si battono insieme a noi per spiegare che un carcere che funziona non può essere un contenitore malsano di disagio, ma deve costituire il terreno privilegiato di investimento di risorse massicce e mirate in tema di risocializzazione ed intelligence, di umanità e di sicurezza, di dignità e decoro per tutti coloro che in carcere vivono e lavorano.
Non sono questioni riducibili allo stantio dibattito su buonismi più o meno immaginari, contrapposti ad altrettanto immaginarie ed irrealistiche durezze generalizzate. Sono invece esigenze reali, che sono direttamente connesse alla sicurezza di ciascun cittadino, a partire dai nostri figli, nelle strade, sulle piazze, nella vita di tutti i giorni. L’alternativa è scivolare, gradatamente e inesorabilmente, lungo il piano inclinato della cieca contrapposizione: un percorso inefficace e denso di frustrazioni e pericoli, accompagnato dalla amara e fatalistica constatazione di come il contesto carcerario rischi di essere il fin troppo facile terreno di cultura per il proselitismo dei fondamentalismi di turno, incubatore oggi delle violenze di domani.
20/05/2017
Domenico Arena - Direttore della Casa di Reclusione di Alessandria - redazione@alessandrianews.it

Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus

Facebook


Maurizio Landini alla Festa d'Aprile
Maurizio Landini alla Festa d'Aprile
Centri sportivi: dalla Giunta la proposta per la ricerca di un partner privato
Centri sportivi: dalla Giunta la proposta per la ricerca di un partner privato
Alessandria-Arezzo 2-3. Le foto di Gianluca Ivaldi
Alessandria-Arezzo 2-3. Le foto di Gianluca Ivaldi
Inaugurato il nuovo laboratorio di chimica organica all'Istituto 'A.Volta'
Inaugurato il nuovo laboratorio di chimica organica all'Istituto 'A.Volta'
Viaggio nel mondo della sicurezza con l'Ispettorato del Lavoro di Alessandria
Viaggio nel mondo della sicurezza con l'Ispettorato del Lavoro di Alessandria
Da Osaka ad Alessandria
Da Osaka ad Alessandria
Bimbi in maschera e dolci sorprese per il Carnevale
Bimbi in maschera e dolci sorprese per il Carnevale
Carnevale al Cristo: le premiazioni
Carnevale al Cristo: le premiazioni
Carnevale al Cristo: la sfilata in corso Acqui
Carnevale al Cristo: la sfilata in corso Acqui
Droghe e alcol: impennata di consumo fra i più giovani
Droghe e alcol: impennata di consumo fra i più giovani