Sei in: AlessandriaNews / Opinioni / Carattere e componenti di una crisi irreversibile - 25/06/2012
Opinioni

Carattere e componenti di una crisi irreversibile

Mi convinco sempre di più, e non sono certo il solo ed il primo, che lo tsunami della crisi finanziaria che ormai imperversa, sia pure con alterna intensità, da circa un lustro, non costituisca che la punta dell’iceberg di un passaggio ben più radicale della vicenda contemporanea.
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Ci sono sintomi convergenti che sembrano confermare; tuttavia il sintomo più inquietante consiste nello smarrimento e nella confusione di tutte le responsabilità politiche, economiche e morali nel dare una risposta adeguata. Si assiste ad una marcia a vista che non sa intravedere sbocchi adeguati, ed anche quando sembra che se ne individui qualche traccia, sembra anche che manchino le forze culturali o di cultura politica per metterne in gioco ed in marcia le linee di realizzazione.

Questo è da dire per le vicende europee, ma anche per i rapporti globali ed internazionali: non si trovano le piste adeguate, non si comprendono quali tendenze o quali strutture di lungo periodo vadano favorite; ed, a mio parere, non per debolezze prioritariamente economiche o finanziarie, ma per assenza di progetto culturale adeguato.

Non mi pare di proporre nulla di inedito se constato che è crollato un modello istituzionale consolidato: il modello nazionale; nello stesso tempo non si trovano le coordinate di cultura politica che sappiano fronteggiare la svolta che ne consegue. Si potrebbe parafrasare: morto un re non è detto che si sia capaci di farne un altro.

Nel passaggio tra le età moderna e contemporanea e poi nel corso di quest’ultima, a fronte di svolte epocali, queste coordinate sono sempre state individuate. Venuta meno la risposta dell’assolutismo regio e l’organizzazione istituzionale del privilegio, come risposte ai bisogni di una società complessa ed alle sue domande, le culture del merito individuale e delle libertà personali hanno contribuito ad una diversa struttura istituzionale. In seguito, quando l’insufficienza delle libertà individuali si espresse anche nella incapacità della concorrenza economica a dare risposte alle domande delle elite e delle forze politiche emergenti, la realizzazione definitiva degli Stati nazionali trovò anche qui una cultura politica di supporto.

Ancora. Quando le forze popolari reclamarono un ruolo di presenza, fu sempre un’elaborazione di idee che permise di individuare un progetto di riforme adeguate. Forse la Costituzione della nostra Repubblica ne costituisce uno dei tanti possibili esempi e forse anche uno dei più cospicui.

Il fatto è che tutte le proposte culturali di supporto ai vari trapassi epocali trovano accoglimento adeguato e realizzazione conseguente, non solo se fondano una nuova consapevolezza nei ruoli dirigenti e nei ceti dominanti, ma anche se si radicano adeguatamente nelle elite sociali che chiedono il cambiamento e le riforme. Oggi (e mi chiedo se non sia questa la novità che non si vuole ammettere) chiedere cambiamento e riforma non sono solo le elite, ma sono tutti i cittadini del mondo; si potrebbe dire che se c’è stata una promozione, questa si realizza nell’evento fondamentale per cui i popoli del mondo stanno arrivando alla domanda di fondo: spartire i consumi che fino alla prima metà del secolo scorso sono stati riserva delle elite dell’Occidente e poi dei popoli dell’Occidente.

C’è però una questione, una resistenza che pare, al momento, insuperabile e, fino ad oggi insuperata. La struttura istituzionale che ha permesso la crescita e rapporti accettati dai potentati economici e culturali; nonostante palesi contraddizioni (le crudeltà legate alla fine del colonialismo, le guerre che hanno preteso di esportare la democrazia, le guerre preventive…), almeno nel corso del ventesimo secolo, ha trovato realizzazione nello Stato nazionale.

A fronte del modello globale, lo Stato nazionale, non può reggere; tutti lo capiscono, ma nessuno ne prende atto. La crisi di oggi, i cui risvolti economici/finanziari non ne costituiscono che il sintomo più appariscente, lo conferma. Non si accettano le conseguenze inevitabili del passaggio epocale dell’incontro delle diverse culture, non si accetta che non solo si sta velocemente superando il modello nazionale, ma anche i modelli classici e contrapposti in cui l’Occidente la faceva da protagonista del tutto egemone. Succede così che mentre sarebbe necessario pensare ad un governo del mondo si fatica ancora ad accettare la formazione di un’Europa politica.

Sta di fatto che il problema è di soluzione molto complessa. Intanto perché non sembra sussista elaborazione di una cultura riferimento. Certo si è consapevoli che ci sono degli ideali di riferimento, a cominciare dai valori di solidarietà, a proseguire nella promozione del merito messo a servizio della solidarietà globale; resta però da dire che un conto è stabilire dei valori, altra faccenda è elaborare culture condivisibili e praticabili per un processo di adeguata realizzazione.

Ripeto: condivisibili. Perché qui c’è un problema non da poco; in fondo le nostre tanto bistrattate e criticate (molto spesso con giusta ragione) autorità politiche fanno fatica a distaccarsi dai loro pregiudizi nazionalistici o dalle loro rigidità di privilegio, perché interpretano una diffusa mentalità popolare. C’è nella base popolare, c’è nei presupposti del consenso popolare la premessa dei pregiudizi nazionali e la rigidità nel rifiuto dei diritti dei popoli emergenti.

Manca una cultura che scardini questi pregiudizi e, di conseguenza, manca un rinnovamento della mentalità diffusa che contribuisca a superare gli ostacoli.

In definitiva, ma potrebbe trattarsi di un mio personale abbaglio, se non ci sono questi presupposti, se non si affronta la questione di un cambiamento di mentalità, forse non sarà sperabile che gli interventi necessari anche in sede finanziaria trovino successo, perchè non saranno condivisi, non saranno radicati nella consapevolezza comune. E cambiare mentalità significa anche valutare con occhio finalmente critico le culture ancora cristallizzate del consumismo.

E tutto questo in un passaggio reso più drammatico dalla debolezza dei riferimenti morali altra volta più accreditati. Le vicende in cui si arrabatta la Chiesa non sono che un fenomeno, in questo senso esemplare, fra i tanti.
 
[Dal blog appuntialessandriani.wordpress.com]
25/06/2012
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it


 
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