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Opinioni

Buona scuola: cronaca di un'occasione negata

La "Buona scuola" è alle porte. Tra un proclama e una battuta infelice è comparso un nuovo testo che, in sostanza, non modifica il Disegno di Legge contro il quale tutto il mondo della scuola ha manifestato nello sciopero del 5 maggio scorso
OPINIONI - La "Buona scuola" è alle porte. Tra un proclama e una battuta infelice è comparso un nuovo testo, partorito dalla VII Commissione Cultura della Camera (quella che ha come presidente Giancarlo Galan, condannato per corruzione sulle tangenti per il Mose, tanto per gradire!). Un testo che, in sostanza, non modifica il Disegno di Legge contro il quale tutto il mondo della scuola, all'unanimità e unito, ha manifestato nello sciopero del 5 maggio scorso. Una presa di posizione senza precedenti che ha riunito, dopo anni, le sigle sindacali, le associazioni e i singoli. Una mobilitazione che merita attenzione e rispetto.

Non è facile riassumere in poche righe i contenuti del Disegno di Legge, anche se il Governo, invece, pare ormai orientato a spiegare le proprie scelte nello spazio di un tweet. Le nuove tecnologie sono state veramente una manna per chi si occupa di propaganda!

Il problema principale non sono i singoli punti ma l'impianto stesso. E' evidente che il Legislatore ha in mente un modello di scuola di tipo aziendalistico con un dirigente/imprenditore che progetta, programma e gestisce ogni cosa per garantire produttività, efficienza, competitività e profitto, funzionale alla concorrenza tra scuole statali e non, fra istituti ed istituti, fra i docenti e fra gli alunni stessi. Infatti in cinque anni verrà elargito ben un miliardo di fondi pubblici alle scuole paritarie per sempre renderle più competitive rispetto a quelle statali.

La scuola azienda. Nuove figure dirigenziali con pieni poteri e, soprattutto, apertura agli investimenti privati. Abbiamo commesso lo stesso errore con la Sanità, usando gli stessi slogan, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Sono dilagate cattiva amministrazione e corruzione sulla pelle dei malati. Un modello verticistico sempre più lontano dagli utenti, impostato sull'arrivismo e l'individualismo. Noi sappiamo, invece, che la cooperazione e la collaborazione sono i presupposti necessari ad un ambiente positivo di apprendimento, non per pochi ma per tutti.

Una scuola che si mette sul mercato e cerca il miglior offerente. Dietro questa logica il provvedimento per cui ciascuno può decidere di donare il proprio 5/1000 (e altro) non alla scuola statale italiana, ma proprio ad una scuola specifica, quella frequentata da proprio figlio. Una scuola in vendita al miglior offerente, alla ricerca di clienti ricchi per aumentare il proprio budget, ovviamente agevolata o penalizzata dalla posizione sulla carta geografica e perennemente sotto ricatto. E chi oserà mai dare un brutto voto al figlio del nostro più importante finanziatore...

Il senso, al di là dei singoli contenuti, è tutto lì. Non più una scuola per tutti come previsto dalla nostra Costituzione, ma una scuola azienda al servizio del miglior offerente. Il Governo continua a proclamare "nuove risorse". Ma l'annuncio non ha avuto l'accoglienza sperata. Il nostro scetticismo in tal senso è giustificato da almeno due questioni. La prima; un dato di fatto. Proprio mentre si proclama che arriveranno più fondi, quest'anno, con lo stesso Governo, le risorse sono sempre meno e sempre meno certe. Per la scuola statale, intendo. In molte scuole non sono neppure partiti i progetti minimi indispensabili per il recupero e per il prossimo anno scolastico l'organico di diritto è stato ridotto all'osso, con ulteriori tagli.

La seconda; l'istituzione di rete di scuole espressa dalla versione del testo di legge licenziata dalla Commissione. Chi ha un minimo di esperienza diretta e concreta nelle politiche scolastiche, non può fare a meno di pensare ad un nuovo, massiccio e ineludibile "dimensionamento". Con istituti sempre più grandi, segreterie che spariscono e nuovi tagli al personale.

Una necessaria osservazione sulla valutazione. Nonostante la propaganda voglia far credere il contrario, i docenti non si oppongono alla valutazione del loro lavoro. Lo hanno scritto e ribadito più volte. Semplicemente chiedono che essa avvenga, come nel resto d'Europa, attraverso criteri oggettivi in grado di tenere conto dei diversi contesti (dalle scuole di città a quelle di periferia). Essa dovrebbe avere come obiettivo primario il miglioramento della qualità delle scuole in esame, individuandone eventuali debolezze per attuare azioni di sostegno e valorizzazione. Una valutazione in tal senso non può essere interna, ma esterna. Non può essere il collega o il genitore direttamente coinvolto a valutare, ma un soggetto esterno con una visione più ampia e oggettiva della situazione.

La visione di questa "riforma" non è differente dal disegno già delineato prima dalla Moratti e poi dalla Gelmini nei Governi Berlusconi. E' esattamente la stessa e porta alla medesima direzione. Questo è l'elemento di maggiore tristezza, l'occasione di cambiamento negata. Quel vecchio modello, anche se chi lo ha proposto sembra non avere più consensi, ha vinto e stravinto. Per capire cosa sta succedendo oggi in Italia vale la pena scomodare un grande romanzo: I Vicerè di De Roberto. Pare di vederlo il principe Consalvo Uzeda di Francalanza, deputato del Regno d'Italia, che pur di mantenere il potere si fa eleggere nelle fila dei socialisti, poi ci sorride e dice "No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa".
14/05/2015
Sabrina Caneva - insegnante - redazione@alessandrianews.it

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