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Opinione

Bonifica?

Franco Ferrari, ex direttore del TRA (Teatro Regionale Alessandrino), ricostruisce le ultime vicende legate alla triste e sfortunata storia del nostro teatro e prova a lanciare una domanda, forse una provocazione, ai lettori e alle istituzioni: "vi sembrano ancora utili le istituzioni civiche?"
A prestar fede a quanto da mesi ci dicono i giornali (cartacei e on-line), la riapertura del nostro Teatro Comunale giace inerme sulle ginocchia di Giove.

Sembrava si fosse incaricato un esperto, che ha persino dichiarato qualcosa alla stampa, ma che a questo punto avrà certo allontanato il calice. Ogni tanto le autorità sanitarie territoriali vengono indicate come la panacea, altre volte le si incolpa di misteriosi ritardi. Il “tavolo tecnico”, coordinato dalla Presidentessa del TRA, rimane sepolto da un comprensibile riserbo. Mah!
 

Giorni fa il Comune sorprende tutti ammettendo di non avere accantonato nessuna somma per il Comunale, perché sarà la Switch, la ditta titolare del primo (e finora unico) appalto di bonifica, ad assumersi la spesa della pulizia totale; lo farà -è stato chiarito- non certo perché colpevole di alcunché ma perché, per deontologia professionale, intende restituire l’immobile così come lo trovò all’inizio del cantiere. Ammirevole correttezza!

Comunque sia, ci si avvicina all’anniversario della chiusura e gli spazi del nostro Comunale continuano ad essere preda del freddo, dell’umidità, delle infiltrazioni, insomma: di un inesorabile degrado che si coniuga all’inquinamento e forse è già diventato più devastante. E pensare che, nel gennaio scorso, i tecnici dipendenti del TRA hanno concluso una lunga formazione che li ha abilitati a interventi di bonifica sull’amianto. Significa che, ovviamente sotto idonea guida, sarebbero in grado da mesi di lavorare all’interno delle zone contaminate con accertata perizia e con una ineguagliabile conoscenza dell’edificio. Perché non dare loro fiducia? Ho come la sensazione che si guardi al personale del teatro come ad una zavorra che non si può scaricare solo per ragioni umanitarie, anziché valutare i lavoratori per ciò che rappresentano in questa crisi: una risorsa ancora più determinante di prima. È un dubbio che ne introduce un altro, più grave.


Temo che nelle stanze del potere abbia preso corpo una domanda diabolica: e se non lo riaprissimo più, il “bunker”? Basterebbero le perplessità e le diffidenze che hanno sempre accompagnato il Comunale, anche nei momenti di maggior successo, a suggerire un tale atteggiamento. Ma purtroppo oggi le motivazioni sono oggettive, e sarebbe ipocrita dissimularle.

Aldilà della incredibile singolarità dell’incidente e dei problemi specifici che ne derivano, si rendono indispensabili ulteriori lavori strutturali, primo fra tutti il rifacimento dell’impianto di riscaldamento. In questi giorni c’è poi chi scopre l’acqua calda, riproponendo per l’ennesima volta gli accessori “commerciali” di derivazione espositivo-museale (ristorante, bookshop, etc) oppure la rifunzionalizzazione radicale della zona galleria che sognavamo già negli anni ottanta. Non si può negare che i volumi del Comunale siano dispersivi, vincolati altresì da un’ipoteca cinematografica che la storia del film nelle sale ha vanificato; che sarebbe bello rimodulare tutto in rapporto al mutamento dei servizi erogati. Senza dimenticare che i rivestimenti e le attrezzature hanno un’età veneranda e quindi che si impone una ristrutturazione estetica del foyer e della sala grande, non fosse altro per ineccepibili ragioni di accoglimento del pubblico.

Ma ormai sappiamo che queste dimostrabili urgenze sono tacitate dalla madre di tutte le motivazioni oggettive: la epocale crisi finanziaria. Gli enti locali galleggiano su un disastro di liquidità. Il Comune di Alessandria non fa certo eccezione. Non concede eutanasia al TRA ma lo tiene in coma indotto. Si può campare così?


Non basta; c’è un aspetto più sottile. La storia artistica del nuovo direttore del TRA (Gabriele Vacis) non dimostra una particolare sintonia con una sede attrezzatissima ma “priva di lusinga” come il Comunale, adatta ad una spettacolarità di grande impatto. Insomma, non pare che Vacis voglia difendere il Comunale come fosse Gerusalemme. La sua vocazione si esalta negli spazi non teatrali, nelle messinscene non istituzionali, anche se sotto le insegne del TRA ha valorizzato con spettacoli azzeccati i teatrini storici del nostro territorio. La spettacolarizzazione totale dei nostri giorni favorisce questa tendenza: dai megaconcerti negli stadi alle sperimentazioni drammaturgiche nei cortili, nei palazzi, in mezzo alla natura, persino nelle case private. Alessandria subisce questo contesto: frequenti ricorsi alle piazze, decentramenti nei quartieri, e soprattutto frenetico utilizzo della Cittadella.


Bene. Abbiamo preso atto di tutto, con la maggiore onestà intellettuale possibile. Significa che il nostro teatro si merita davvero una pietra tombale? È la volta che chi sogna di farci un garage sarà accontentato? In questo momento non mi riferisco alle attività. Sto parlando dell’edificio, del luogo deputato. Dal Cinquecento l’Italia ha cominciato a considerare il teatro un punto caratterizzante delle città; ne ha fatto una costruzione specifica, autonoma nel contesto urbano; i centri storici sono cresciuti intorno al triangolo chiesa-municipio-teatro. Abbiamo inventato il teatro “all’italiana”, il modello a palchi, e l’abbiamo esportato in tutto il mondo; fra Settecento e Ottocento abbiamo popolato il territorio nazionale di innumerevoli “bomboniere”, che ancora oggi le municipalità si sentono in dovere di restaurare indipendentemente dai problemi conseguenti.

Il Comunale non ha rilevanza storica ma è indubbiamente un bene architettonico della città; può/deve subire qualsiasi adattamento che ne favorisca la funzionalità e la gestione, ma non è meno simbolico per Alessandria del platano di Napoleone o di Santa Maria di Castello. Ci siamo conquistati un posto nel contesto professionale; gli addetti ai lavori nazionali conoscono il Comunale, lo considerano un punto di riferimento nella rete dei teatri di provincia. Gli alessandrini hanno imparato a frequentarlo. Vi si svolgono tre/quattro attività diverse al giorno per undici mesi all’anno; vi transita ogni anno un pubblico ben più numeroso di quello registrato dal Moccagatta. Lo vogliamo considerare un’attrezzatura obsoleta? Troppo dispendiosa? Razionalizziamo le possibilità di risparmio. Per esempio, nella presente emergenza si poteva evitare il costo della stagione estiva; sarebbe stata una bella manifestazione di volontà politica.

Se la Switch paga la bonifica, allora il Comune si ritrova i due milioni promessi (pubblicamente) a suo tempo dal Sindaco e può usarli per gli altri lavori necessari al Comunale. Ma poi, si può sapere se siamo in una economia di guerra o se abbiamo ancora la possibilità di crescere? Da una parte lacrime e sangue, e dall’altra progetti ambiziosi che aumentano anziché subire tagli. Quanto costano gli impegni annunciati dal Comune: il recupero delle caserme, i nuovi ponti, le fontane, le passerelle, magari lo stadio? Quanto costerà mantenerli? Sono progetti importanti, speriamo si realizzino tutti. Il teatro invece deve cadere, come la ciminiera Borsalino? I cittadini non vogliono più un grande luogo di incontro in centro? Si esce dalla stazione fresca di restyling, si sale sulla trionfale passerella, si attraversano i giardini rinati a nuova bellezza, si intravede la bella piazza sabauda, ma lo sguardo è disturbato da un enorme rudere in cemento. È uno scenario che accettiamo?

Aiutatemi a rispondere. Rimandiamo le considerazioni sulle attività (sapendo però che ci confermeranno l’utilità di riaprire). Pensiamo solo all’edificio. Anche se non ci siete mai entrati, lo volete chiudere? Anche se non usufruite della biblioteca civica, la lascereste chiudere? Vi sembrano ancora utili le istituzioni civiche?       

6/07/2011

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