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Opinioni

Apologia degli Europei di calcio (16): Lo spirito del calcio

Marsiglia, che ospita Polonia e Portogallo per il primo quarto degli Europei, è sopravvissuta a tutto: agli hooligan inglesi e russi, ai pessimi presidenti del glorioso club locale, a sé stessa.
Marsiglia è sopravvissuta a tutto: agli hooligan inglesi e russi, ai pessimi presidenti del glorioso club locale, a sé stessa. Marsiglia, che stasera ci ospita insieme a Polonia e Portogallo per il primo quarto di finale di questi Europei, è la città più mediterranea della Francia, dove la sporcizia dello scirocco e del porto hanno resistito anche al tentativo di lifting impostole nel 2013 in quanto Capitale Europea della Cultura. Nonostante le costose opere delle archistar e l’igienismo urbanistico abbiano provato a rendere glamour i vicoli dell’angiporto, Marsiglia è una delle poche città francesi in cui parlare di banlieue ha poco senso perché tutta la città è una periferia. Anche se le strade delle tangenziali sono circondate dai soliti casermoni da decine di piani congegnati dalla mente perversa dei cattivi interpreti di Le Corbusier mentre il cuore della città è fatto di vicoli stretti e case basse, non esistono confini umani e sociali netti. La osserviamo gustando l’inevitabile pastis e la riconosciamo come l’abbiamo vista nei film di Alain Delon o letta nei romanzi di Claude Izzo: levantina, irrequieta, irriducibile. Non è un caso se L’Olympique de Marseille sia l’unica squadra francese ad aver vinto la Coppa dei Campioni, nel 1993, prima di piombare in una spirale di scandali, attività criminali e squalifiche degna della tradizione del luogo e del suo patron di allora, l’attore cantante imprenditore e spregiudicato politico Bernard Tapie. A uscire sconfitto fu il Milan del patron Silvio Berlusconi, attore cantante imprenditore e spregiudicato politico, in una finale che divenne il simbolo di quello che sarebbe diventato il calcio nei ruggenti anni novanta: televisione, affari e scorciatoia per il potere. Il segno di un nuovo corso che decretò in Francia la fine del dominio della proletaria Saint Etienne, capitale del carbone, comunque impossibile senza la fervida passione dei marsigliesi. Da queste parti il calcio è una cosa seria anzi, serissima. Come in Italia, dove siamo sicuri che l’argomento più dibattuto sugli autobus e nelle pause pranzo non siano la Brexit o il referendum costituzionale ma il destino della muscolatura di De Rossi, la cui fragilità ne mette a rischio la presenza con la Germania. Si attendono i bollettini medici come al capezzale di un congiunto e l’esito delle lastre prescinde ogni discussione tecnico tattica, trasformando anche i giornali sportivi in una corsia in cui si guarda allo staff medico azzurro con la stessa trepidazione con cui si attendono le ardite diagnosi del Dr. House. In quest’epoca immateriale, dove tutto corre sulla rete, i calciatori sono gli unici eroi ad avere ancora un corpo. Si evoca la coscia di De Rossi come ci si affida alla mandibola di San Giovanni Battista, con la stessa devozione e le stesse aspettative di un miracolo. Se il calcio è il profano che diventa sacro lo si capisce in questa unione tra carne e spirito, dove il dolore è il segno del sacrificio che si deve sopportare per arrivare alla vittoria. Ma l’anca di De Rossi, come il femore della nonna, rende i calciatori dei mortali come noi, degli Achille capricciosi, con i loro talloni allo scoperto, rivelando l’essenza più profonda di questo sport e spiegando perché fa tanto scalpore l’annuncio di Messi di abbandonare la nazionale argentina dopo la sconfitta in Coppa America: il messia può scacciare i mercanti dal tempio o finire sulla croce ma non abbandonare il tempio.
30/06/2016
Simone Farello - sfarez@libero.it

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