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Opinioni

Apologia degli Europei di Calcio (14): Alle sei della sera

Mancano poche ore alla partita più importante di questo europeo per la nostra nazionale. Se l’Italia stasera vincerà il bilancio della spedizione francese sarà comunque positivo
Vi siete addormentati soddisfatti dell’italica vittoria sotto il piovoso cielo di Lione e avrete già letto tutto il leggibile sul 2 a 0 con cui la nostra nazionale ha, titola Le Monde, “placato gli ardori belgi”. Siete così pronti, quando il destino o le oggettive qualità calcistiche si ritorceranno contro i nostri eroi, a praticare quella che insieme al facile entusiasmo è una delle qualità italiche: la discesa dal carro del perdente. Oggi tutti ad elogiare il catenaccio, domani tutti a sparar sentenze e a reclamare un cambio di mentalità.

Ecco: il catenaccio, con annesso contropiede. In molti pensano che sia la risorsa delle squadre scarse, così prive di un’idea di gioco da dedicarsi esclusivamente a distruggere quello altrui sperando di cavarsela. Si sbagliano e dello sport e del calcio hanno un’idea molto superficiale. Il catenaccio presuppone la capacità di concentrarsi per novanta minuti su ogni singola mossa dell’avversario, cercando di anticiparla; una capacità mentale e tecnica che richiede un’applicazione razionale, geometrica e sentimentale fuori dal comune. Oltre che molto allenamento e un sacrificio totale dell’individuo ai movimenti della squadra. Un grande fantasista o un grande attaccante possono risolvere una partita da soli – vedasi alla voce Ibrahimovich -, uno stopper o un libero no, perché il loro successo è determinato da quello che i critici postmodernisti chiamano “fase difensiva”, che null’altro è se non l’abilità nel muoversi in modo armonioso senza scomporsi mai, nemmeno quando gli attacchi avversari arrivano a folate. Il buon catenaccio snerva gli avversari, ne fiacca volontà e muscoli, preparando il meraviglioso effetto del contropiede. Ovvero, in chi lo subisce, una reazione del tipo: “cosa ci fai tu, qui, nella mia metacampo?

Non eravate tutti dall’altra parte?” Il calcio è uno sport per ragazzacci dispettosi, il catenaccio ne è la sublimazione. Ovviamente perché tutto funzioni bisogna disporre degli interpreti adatti, ed il quartetto juventino Buffon Barzagli Bonucci Chiellini è la miglior compagnia di difensori attualmente in circolazione. Del resto anche il tiki taka, la moda calcistica lanciata dal Barcellona di Pepe Guardiola, non è altro che un catenaccio fatto dai centrocampisti. E’, per l’occhio inesperto, altrettanto noioso ma altrettanto letale. Questione di uomini, ancora: la Spagna dominatrice del mondo calcistico per due europei ed un mondiale era un tripudio di mezzale irripetibili. Uno dei pochi superstiti è Iniesta, forse il primo organismo biologico strutturato esclusivamente per il gioco del calcio. Quell’Iniesta che ieri ha depositato sul testone di Piqué il pallone che ha dato la vittoria alle Furie Rosse che, senza di lui, torneranno ad essere una squadra normale.

Il catenaccio è la continuazione del prodotto italiano più esportato nei secoli: il melodramma. I difensori italiani, come gli eroi di Verdi, ci mettono un’infinità di tempo a morire, anche dopo essere stati trafitti, ipnotizzando il pubblico. E per capire il catenaccio, l’opera e l’Italia vi consigliamo di leggervi la novella “L’Alfiere Nero” di Arrigo Boito, che i libretti di Verdi li scriveva. Parla di una partita a scacchi dove un pezzo viene dimenticato in un angolo sino a quando alla fine non sbuca fuori e dà scacco matto. Pazienza, capacità di sopportazione, genio fugace: il calcio è lo sport nazionale e anche quando parliamo di calcio parliamo di qualcosa che va molto oltre. Fino alla Svezia, almeno. Il calcio è Paese Perché nelle scuole non si insegna storia del calcio? Perché non solo sono accettate, ma addirittura favorite, l’introduzione dei palmari come sostitutivi dei libri e la familiarità del web rispetto a quella con le biblioteche e le librerie e poi si storce il naso se si propone di utilizzare un fenomeno popolare per aiutare i giovani a capire la realtà in cui vivono e la storia che quella realtà l’ha prodotta? Evitare di parlare dell’indissolubile rapporto tra calcio e potere significa spogliare questa disciplina di massa del suo potenziale critico, regalandolo alle spietate logiche dell’economia di mercato, delle pay tv, degli interessi di miliardari dalla reputazione piuttosto losca e dalle intenzioni ancora più losche.

Sì, lo ammettiamo, dopo due dieci giorni nella patria di Roland Barthes e di reggimenti di intellettuali paranoici e ossessionati dal decadimento di costumi, valori e saperi, stiamo perdendo leggermente il controllo. O forse siamo diventati più lucidi, perché i paranoici spesso ci azzeccano. Ci sono tifosi, per le strade di Francia, che sfoggiano magliette con sopra scritto: “No al calcio moderno”. Parliamo di gente che è venuta qui da ogni parte d’Europa per vedere spettacoli di bruttezza raggelante come Francia – Svizzera piuttosto che abdicare alla propria identità di appassionati. Sono persone che non si rassegnano alla trasformazione della loro passione in qualcosa di diverso. Persone che rimpiangono, in ordine sparso: la “fine delle bandiere”, ovvero quei giocatori come Tottti o Del Piero, che seguirebbero la loro squadra sino all’inferno alla faccia della Legge Bosman – il primo job act della storia -; la “fine dei numeri dall’1 all’11”, quando un numero 3 era un terzino e un 10 un regista mentre oggi lo stopper ha il 47 e il 10 lo danno a Thiago Motta; la “fine dei colori”, quando le maglie erano rosse in casa e bianche in trasferta e non cambiavano tutti gli anni per i diktat dei loghi globali che peraltro hanno dei gusti orrendi; la “fine di tutte le partite la domenica e le coppe il mercoledì”; la “fine del subbuteo”, perché la play station dopo un po’ ti rincoglionisce; la “fine dei prezzi popolari e dei posti in piedi”, perché va bene che allo stadio ci possano andare le famiglie borghesi che si possono permettere il merchandising ma se quelli che lo amano davvero non hanno i soldi per pagarsi l’esclusiva Sky non è mica una cosa tanto giusta. Certo, del calcio si può anche fare a meno. Si può anche stare a casa, sigillare il televisore, darsi al cinema d’essai o alle videolottery.

Oppure ci si può incazzare, ed è la strada che scelgono gli irriducibili che si battono contro il calcio moderno opponendo una protesta che qualcuno scambia per grezza e populista ed è invece profonda e sentita. Non assomiglia molto al voto delle periferie di Roma e Torino? Ci si può astenere. Oppure ci si può arrabbiare parecchio e mandare a casa un po’ di sindaci magari bravissimi ma che non parlano più la tua stessa lingua e che non sanno proprio cosa significhi viverci, in una periferia, senza magari nemmeno poter andare allo stadio perché sei povero, sporco e cattivo. Forse se chi fa politica avesse studiato storia del calcio avrebbe commesso meno errori. Il problema è che non studiano più nemmeno i fondamentali: “Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”, lo diceva Bertolt Brecht, uno a cui il calcio moderno non sarebbe piaciuto per niente.

Il calcio è potere L’Europeo comincia a seminare indizi sul futuro del torneo. L’inutile assalto all’arma bianca dell’Inghilterra alla trincea slovacca fa sospettare che anche questa volta la nazionale dei padri fondatori di questo sport non vincerà. Nonostante abbiano una nazionale giovane e competitiva come non accadeva da molto tempo, gli inglesi si ritrovano secondi nel loro girone alle spalle nientemeno del Galles, che ha asfaltato la Russia consegnando la nazionale di Putin ad una seria riflessione in vista dei mondiali casalinghi del 2018. La vicenda si presta a molte interpretazioni. Chi ha visto ieri il Principe William agitarsi in tribuna ad ogni tentativo fallito di Vardy e Sturridge di buttarla in porta può ad esempio ricordare che il rampollo, Duca di Cambridge, è figlio di quel Carlo che probabilmente Re non sarà mai – vista la longevità delle donne di famiglia – e quindi rimarrà per sempre Principe di Galles: chissà gli sfottò tra padre e figlio, pieni di sottile humor britannico, tra una caccia alla volpe, un brandy e qualche malignità sui cappellini di Elisabetta II. Più seriamente parrebbe che le non esaltanti prestazioni della nazionale diano un contributo alle posizione pro Brexit, come se i tifosi pensassero “perché dovrei restare in un continente che si ostina a non riconoscere la nostra superiorità calcistica battendoci regolarmente con nazionali di rango assai inferiore?”.

Se pensate che stiamo esagerando, che non sia possibile che il destino di una nazionale di football pesi di più in termini emotivi dell’omicidio di una parlamentare, vi sbagliate. Parliamo di un popolo che quando ospitò gli Europei del 1996 fece scattare in testa all’hit parade l’imbarazzante inno della manifestazione che proclamava, nel suo ritornello “il calcio sta tornando a casa”, come se prima fosse stato rapito dai vili continentali. L’Inghilterra, come da tradizione, si fece battere in semifinale dai crucchi ai calci di rigore, ma l’inno sopravvisse. Pochi mesi dopo la disfatta sul campo Tony Blair aprì il congresso Laburista che lo lanciò verso la sua prima vittoria con la citazione “Il Labour sta tornando a casa”. Parlava del numero 10 di Downing Street dove Blair, a credere al film “The Queen”, si aggirava con una maglietta da calcio con il suo nome stampato sulla schiena. Blair la sapeva lunga e non rischiò mai di rimanere sotto un referendum. Matteo Renzi invece lo rischia, eccome. Anche per lui, quindi, una sconfitta della nostra nazionale agli ottavi sarebbe l’ennesimo colpo al rinnovato ottimismo italico, già seriamente incrinato dai risultati elettorali di domenica. Il rapporto tra calcio e consenso è così ben presente a Renzi che, incassata la decisione di Antonio Conte di diventare un “cervello in fuga” preferendo i milioni di sterline del Chelsea ai milioni di euro dell’anziano Tavecchio, ha provato in tutti i modi a imporre come nuovo CT il giovane e innovativo Montella al posto di quel vecchio arnese di Ventura, che assomiglia un po’ a Bersani e non ha mai allenato la Fiorentina.

Il fallimento del fido Lotti nella gestione della trattativa rende più opaca l’aura di invincibilità del nostro premier, respinto sul bagnasciuga da quel mondo del calcio che Berlusconi ha saputo maneggiare con grande cura. Sbagliò solo una volta, Silvio: quando criticò Dino Zoff per un’errata marcatura di Zidane nella finale dell’Europeo 2000, persa con la Francia. In realtà Zidane in quella partita fece poco o nulla e la nazionale di Zoff è stata la più bella tra il 1982 e il 1996. In finale, a Zoff, mancarono solo Buffon e Conte, azzoppato nei gironi da un’entrataccia del fenomeno rumeno Hagi. Oggi Buffon e Conte ci sono: meno male che non li abbiamo rottamati. Alle sei della sera Mancano poche ore alla partita più importante di questo europeo per la nostra nazionale. Se l’Italia stasera vincerà il bilancio della spedizione francese sarà comunque positivo; se perderà a nulla saranno valse le prime due vittorie e gli azzurri torneranno in patria tra le fanfare delle lamentazioni, dalla scarsa competitività del nostro campionato alla mancanza di programmazione; dagli stadi fatiscenti al rifiuto del rinnovamento. Si gioca al Saint Denis di Parigi, l’epicentro della Francia calcistica nel quartiere simbolo della nevralgia del nostro tempo inquieto.

Saint Denis è il quartiere cattivo della capitale francese, assurto agli onori delle cronache con gli attentati del 13 novembre e diventato simbolo di quelle periferie dell’occidente che stanno riaccendendo i focolai dell’odio e della paura. Un quartiere di cittadini francesi dalle origini più disparate, immigrati di terza generazione che vivono in queste strade sufficientemente lontane dai percorsi turistici. I visitatori che si spingono negli Arrondissement a nord della Senna in cerca di curiosità che diano alla propria vacanza un pizzico di trasgressione dai dèpliant di ordinanza, in genere si fermano a Belleville. E’ il quartiere raccontato da Daniel Pennac, dove sembra essersi avverato il miracolo della convivenza tra ex colonizzatori ed ex colonizzati; un miracolo celebrato tra caftani, macellerie arabe e cous cous molto speziati. Nelle strade di Belleville si trovano a loro agio quei visitatori che non volendo ammettere che gli piacciono un sacco la Tour Eiffel e Les Champs Elysées devono fingere di apprezzare i disagi della vita bohémien e terzomondista senza però correre il rischio di essere borseggiati. Belleville e i romanzi di Pennac stanno alla realtà francese esattamente come il libro “Cuore” stava alla realtà dell’Italia di fine Ottocento.

Saint Denis invece sta alla realtà esattamente come ci deve stare: nudo e crudo, per nulla redento dalla concessione dello Stato con la realizzazione della cattedrale del deserto dello Stade Saint Denis, che ospita la nazionale francese ma in cui nessuna squadra parigina vuole di giocare a partire dal Paris Saint Germain che se ne sta al Parco dei Principi. Se volete farvi un’idea di Saint Denis l’unico modo è guardarsi “L’Odio” di Mathieu Kassovitz, un film che si aggiudicò a Cannes il premio per la miglio regia nel… 1995! Un film che venne ripudiato dalla classe politica perché troppo pessimista. Una profezia inascoltata, se non dagli attenti giurati della Croisette. Nella bomboniera circondata dai cavalli di frisia e dalle trincee della banlieue si sfideranno, alle seis dela tarde, con un’ora di ritardo rispetto a quanto cantato da Garcia Lorca, la nobile decaduta del calcio mondiale, l’Italia, e la possibile nobile decadente, la Spagna. Entrambe reduci da un Mundial disastroso finito al primo turno, le due nazionali si giocano stasera la possibilità di restare nel gotha del calcio presente. Le Furie Rosse, peraltro campioni europei in carica dopo aver stracciato quattro anni fa in finale l’Italia dell’irrisolto Prandelli e dell’irrisolvibile Balotelli, partono favorite nonostante siano costrette a giocare oggi senza sapere chi governerà il paese, dal momento che le seconde elezioni in sei mesi hanno dato lo stesso esito di stallo delle prime. Sei mesi di ingovernabile incertezza: sembra l’Italia. Speriamo che l’inversione di ruoli si completi sul campo e che l’Italia sembri la Spagna: una buona squadra di calcio.
27/06/2016
Simone Farello - sfarez@libero.it

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