Sei in: AlessandriaNews / Lo Spazio / Barah, il viaggio della speranza - 28/04/2012
Solidarietà

Barah, il viaggio della speranza

Una bambina palestinese di pochi mesi, idrocefala e cieca dalla nascita, sarà trasferita nei prossimi giorni da Betlemme all’ospedale Gaslini di Genova grazie all’interessamento dell’associazione alessandrina di volontariato L’Ulivo e il Libro
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Sono stati in Palestina l’ultima volta a marzo, e ci torneranno ad agosto. Nel frattempo continuano a raccogliere fondi a sostegno della pace in quella terra tormentata, per sviluppare concreti progetti educativi, “dal momento che ai piccoli palestinesi manca tutto, e in quel tutto rientra anche un percorso formativo, ossia scuole, libri, momenti di crescita culturale”. L’associazione di volontariato L’Ulivo e il Libro, costituita un paio d’anni fa grazie all’impegno di un gruppo di amici alessandrini con una comune sensibilità e attenzione verso la Palestina (alcuni volti noti della vita pubblica, come don Walter Fiocchi, Mara Scagni, Pierluigi Cavalchini, ma anche Giancarlo Mandrino, Filippo Termini e diversi altri), è protagonista in questi giorni di un’iniziativa umanitaria importantissima: Baràh, una bambina palestinese di 4 mesi, idrocefala e cieca dalla nascita (è nata a Jenin il giorno di Natale), ma ostinatamente aggrappata alla vita, sarà trasferita, grazie ad un progetto di cooperazione internazionale, da Betlemme all’ospedale Gaslini di Genova, per tentare di darle una speranza, e anche per accendere i riflettori italiani, e occidentali, su condizioni di vita disperate che riguardano decine di migliaia di minori, e un intero popolo. “Il caso di Baràh – sottolinea Mara Scagni – ci è stato evidenziato, durante il nostro ultimo viaggio in Palestina, a marzo, da don Mario Cornioli, un prete toscano che da anni si è trasferito a Betlemme, e che segue e sostiene la Casa dei Bambini di Dio, una comunità di bambini con gravi handicap fisici e/o mentali e abbandonati dalle famiglie. E’ un’iniziativa bellissima, finanziata da Unitalsi, anche se naturalmente si tratta di una goccia in quel mare di bisogni primari, e di persone assolutamente abbandonate al loro destino”.

L’associazione L’Ulivo e il Libro, al rientro in Italia, ha contattato l’ospedale Gaslini, e nei prossimi giorni la piccola bimba palestinese, accompagnata da due suore, sbarcherà a Genova, e sarà sottoposta a tutti gli esami del caso nella struttura ospedaliera ligure. Ma non mancano altri casi drammatici: ad esempio quello di un bambino di tre anni, sordomuto e gravemente handicappato alle gambe, per il quale si stanno predisponendo scarpe ortopediche che potrebbero permettergli di reggersi in piedi e di non muoversi più soltanto “gattoni”, ossia appoggiandosi sulle mani e trascinando le gambe. Nel frattempo si stanno contattando specialisti per vedere se è possibile operarlo.
“Purtroppo – sottolinea don Walter Fiocchi (nella foto) – sono tutti i bambini palestinesi a vivere e crescere in condizioni drammatiche, e naturalmente per i malati, piccoli o adulti, la situazione diventa particolarmente grave”. I palestinesi (non solo quelli che vivono nella striscia di Gaza, ma un intero popolo) non sono liberi di spostarsi dalle loro città di residenza, che sono completamente isolate, e devono bastare a se stesse dal punto di vista alimentare e sanitario. Gli ospedali sono in sostanza edifici sprovvisti di tutto, in cui si può morire per una banale influenza, perché mancano gli antibiotici. Figuriamoci poi cosa succede in caso di malattie gravi, in un contesto di estrema povertà per tutta la popolazione. “Nel corso del nostro ultimo viaggio – spiega don Walter – eravamo 48 persone, ed è stato davvero un viaggio di persone vive, e non di pietre morte: di fronte a situazioni quotidiane di estrema indigenza ed emergenza abbiamo reagito con una ancora maggiore volontà di impegno, ognuno per quel che può e riesce, a sostegno soprattutto dei bambini e dei ragazzi. Siamo convinti che dare loro l’opportunità di studiare, di leggere, di formarsi una cultura significa essenzialmente aiutarli non solo nell’emergenza quotidiana, ma offrire loro la prospettiva di un futuro più degno, magari per un percorso di studi anche in Occidente. Ben sapendo peraltro che, spesso, per un palestinese istruirsi all’estero significa vedersi negato il diritto al rientro in patria”.
 
28/04/2012


 
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