
Nelle scorse settimane, AlessandriaNews ha prestato attenzione al mondo del credito, indagando le problematiche e trasformazioni del mondo bancario italiano e provinciale (
"Provincia di Alessandria: una storia di banche",
"Provincia di Alessandria: una storia di banche II"). Continuando quest’indagine, si è voluto discorrere in questa sede con
Marta Mancuso, membro della segreteria regionale piemontese e provinciale alessandrina della FIBA, il sindacato dei bancari della CISL. Con più di vent’anni di esperienza e di attività sindacale, Marta è indubbiamente una voce autorevole e appassionata per offrire uno spaccato del cambiamento del mondo delle banche della provincia, visto dall’interno, ovvero con gli occhi di chi ogni giorno vive la banca dall’altra parte dello sportello.
Una prima domanda per iniziare questa conversazione: che ruolo svolge il sindacato all’interno del mondo bancario?
Il sindacato bancario ha avuto un ruolo importantissimo nella trasformazione del settore. Abbiamo vissuto il passaggio della trasformazione e scomparsa delle piccole e medie banche, le concentrazioni e le fusioni dei grandi gruppi. Sono stati anni di grandi concertazioni: i posti di lavoro non sono stati persi, anche se è inevitabilmente peggiorata la qualità del lavoro rispetto al passato. Negli anni ’90, grazie all’accordo sull’area contrattuale, è stato possibile proteggere e difendere la nostra categoria, pensando che certi provvedimenti nei nostri confronti avrebbero in breve tempo coinvolto anche altri settori. Abbiamo poi dovuto affrontare le delocalizzazioni delle attività produttive, a cui si è cercato di mettere dei paletti e una regolamentazione. Nel 1998 fu creato, tenendo fermi gli stipendi per un biennio, il Fondo di Solidarietà per gli esuberi, quelli che oggi sono tornati alla ribalta come esodati: il problema è attuale e quel fondo a causa della recente riforma sta vacillando. Le banche hanno ottenuto di fare un po’ di ricambio generazionale e sono stati evitati grandi bagni di sangue, dal momento che grazie alle concertazioni e all’azione del sindacato i posti di lavoro sono stati almeno fin’ora abbastanza salvaguardati.
Il nostro problema di bancari è che siamo arrabbiati con i banchieri, perché i benefici derivanti del riposizionamento del sistema bancario alla fine degli anni ’90 se li sono presi i top manager e gli azionisti. Non c’è stata equità distributiva in questi anni, sia verso la categoria , sia verso il territorio. Insomma, molto di più si sarebbe potuto fare per i dipendenti e per il territorio.
Oggi, dato che il vecchio fondo sugli esodati sta avendo problemi, abbiamo costituito un nuovo fondo, come spesso succede nei periodi di crisi, e questo si spera servirà per dare nuova linfa all’occupazione, con l’assunzione di giovani e donne. L’obiettivo è inoltre quello di stabilizzare i posti di lavoro, che anche nel nostro caso diventano ogni anno più precari. Si vuole poi applicare il cosiddetto principio di solidarietà espansiva: i colleghi a cui mancano 4 anni per andare in pensione possano scegliere il part time e con questo permettere l’assunzione di un giovane. È un tipo di solidarietà generazionale e contrattuale.
Il sindacato ha cercato così in questi anni di stare dietro alle trasformazioni e di trovare strumenti e soluzioni adatte, in modo tale da evitare soprattutto lo spettro dei tagli del personale.
Come è stata vista la crisi finanziaria dall’interno del mondo bancario?
Questa crisi l’avevamo [i sindacati] preannunciata, perché nei nostri documenti e nei nostri studi era prevista, seppur non di questa portata. La deregolamentazione degli ultimi anni, lo stress sui risultati, la preminenza della finanza rispetto all’economia e alla politica ci aveva fatto prevedere che qualcosa sarebbe presto andato storto.
Il mondo bancario sta vivendo questa crisi con innumerevoli problemi di gestione. Possiamo affermare che le banche italiane hanno retto molto meglio rispetto a quelle nel resto del mondo. In Italia non c’è stato nessun fallimento e questo grazie a vari fattori, tra cui anche la concertazione che c’è stata in questi anni e di cui vi parlavo prima. Essa ha creato, rispetto all’estero, un sistema anche un po’ diverso, che probabilmente ci ha preservati da enormi crolli. Certo, noi abbiamo lavorato molto sulle cause della crisi, ma sarebbe necessario trovare delle risposte più forti da parte della politica.
Dal 1998, il mondo bancario ha vissuto profonde trasformazioni: come è cambiato il territorio piemontese da questo punto di vista?
Si è assistito agli stessi fenomeni parallelamente in regione ed in provincia. Abbiamo visto scomparire le banche locali. La Cassa di Risparmio di Torino e la San Paolo, due storiche istituzioni del capoluogo, sono diventate banche nazionali cambiando il loro assetto originale. In provincia è sparita la Cassa di Risparmio di Tortona e, ultimamente, anche quella di Alessandria. La politica delle fusioni, con l’intento di ridurre i costi, ha di fatto portato all’estinzione delle banche locali e al ridimensionamento delle tipologie delle filiali e del personale, con una perdita di occupazione. Parallelamente alle dinamiche di concentrazione si è però anche avuta una polverizzazione del settore, con l’apertura di numerosissimi micro-sportelli. Inoltre l’apertura alla concorrenza ha causato l’arrivo di banche non legate al territorio, che competono con i marchi preesistenti.
Nella nostra provincia si è verificato lo spostamento di diverse sedi e lo spostamento dei centri direzionali delle grosse banche. Ormai le sedi centrali sono tutte a Milano e questo vale per province anche più grandi della nostra.
Quali sono i pro e i contro di questi cambiamenti?
Di sicuro più concorrenza ti dà maggiore offerta di prodotti e di tassi, ma dall’altra parte si può assistere ad una standardizzazione dei prodotti. Le grandi banche di oggi non offrono soluzioni ad hoc per i singoli territori, così come accadeva con le banche locali di un tempo, e questo penalizza anche le possibilità di credito a livello micro ed allunga i tempi di risposta. Ogni banca ha la sua politica sul credito e sul decentramento delle facoltà, ma questo rapporto con il territorio, occasione di sviluppo e di crescita economica, non dovrebbe essere tralasciato.
Inoltre, anche la categoria dei bancari ha subito cambiamenti forti nelle modalità ed abitudini lavorative. I dipendenti fanno tanto per sopperire alla spersonalizzazione che sempre più viene imposta dalle pratiche odierne. Il fattore umano è infatti uno di quelli che ha avuto un peso importante nel rafforzare la fedeltà di un cliente rispetto ad un marchio. Le trasformazioni non le abbiamo volute noi, ci sono state imposte dall’evoluzione del nostro settore e a quel punto non potevamo che adeguarci per sopravvivere.
Guardando al prossimo futuro, quali sono le sfide ed i processi che attendono la nostra provincia?
Per rispondere ci vorrebbe la sfera di cristallo. Comunque vedremo probabilmente altre fusioni. Qualche banca crescerà ancora per ridurre i costi. Purtroppo penso che vedremo la chiusura degli sportelli, secondo un fenomeno esattamente opposto a quello della polverizzazione di cui parlavo precedentemente. Intesa San Paolo ne chiuderà mille, alcuni anche in Alessandria. Sono razionalizzazioni. Questo è il nuovo fenomeno che nel breve vedremo, proprio per l’economicità delle banche che devono stare sul mercato e non possono permettersi certi costi. Infatti le spese per il personale coprono il 60% del costo di una banca; è inevitabile quindi che si vada a tagliare proprio lì.
Una sfida sarà invece quella di essere vere banche del territorio, tornare ad essere prossimi al cliente. Questo è l’unico modo per dare nuova speranza ai vari distretti della provincia. Un radicamento sul territorio indipendentemente dal marchio. Dare respiro, credito, fare mutui. Garantire una maggiore equità nella suddivisione delle risorse, in modo che la banca si possa fare promotrice di sviluppo della ricchezza e delle attività. In questo nutro speranza.
Cosa sta succedendo in Intesa San Paolo?
Per la prima volta l’intero Gruppo Intesa San Paolo sciopera per un’intera giornata il 2 Luglio e ci aspettiamo un’adesione pressochè totale alla vertenza con la chiusura delle filiali della Provincia.
Le motivazioni sono semplici seppur in un contesto che sappiamo essere complesso e difficile. L’Azienda vuole trasferire totalmente sui dipendenti i maggiori oneri derivanti dalla Riforma Fornero che ha di fatto vanificato i previsti risparmi di 250 milioni di Euro che si sarebbero ottenuti con un precedente accordo sugli esuberi (firmato il 29/7/2011 quando la Fornero era vice presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa san Paolo). Pertanto vuole effettuare questi risparmi riducendo completamente gli accordi aziendali, richiedendo sospensione dell’attività cioè a casa qualche giorno senza stipendio, chiusura di 1000 sportelli, praticamente tutto l’onere del precedente piano industriale è a carico dei soli dipendenti. Non possiamo accettare questa impostazione da un Guppo solido e ben patrimonializzato, che deve ripartire i tagli iniziando dall’alto e cioè ad esempio dai 189 posti nei vari consigli di amministrazione, dagli stipendi del Top management o nelle consulenze milionarie. Non è demagogia, ma in un momento di sacrifici tutti devono assumersi le proprie responsabilità e non con semplici colpi di spugna far pagare sempre gli ultimi.