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Novi Ligure

Pernigotti, i turchi non si presentano: il premier Conte li vuole a Roma

La Pernigotti non arretra di un passo: l'azienda intende chiudere la fabbrica. Il disappunto di Di Maio: "Mi aspettavo di vedere qui la proprietà, anche il premier Conte vuole un incontro". Per il ministro "il destino del marchio non può essere disgiunto da quello dello stabilimento"
ROMA – La Pernigotti non arretra di un passo: l'azienda intende chiudere la fabbrica, mandare i lavoratori in cassa integrazione per un anno, per cessazione aziendale, e mantenere il marchio per commercializzare prodotti realizzati altrove in Italia, non a Novi Ligure. Questa mattina, al ministero dello Sviluppo economico, l’esito del tavolo di crisi a cui ha partecipato anche il vicepremier Luigi Di Maio è stato un nulla di fatto. L’azienda dolciaria non era rappresentata dai proprietari, la famiglia turca dei Toksoz, ma dal direttore del personale e dagli avvocati dello studio legale milanese Arlati-Ghislandi.

Di Maio ha detto di non accontentarsi della sola presenza dei rappresentanti legali: «Qui doveva venire la proprietà, che nei prossimi giorni dovrà avere un’interlocuzione diretta con il governo». «Anche il premier Conte – ha fatto sapere Di Maio – mi ha detto che vuole incontrare la proprietà turca».

Il ministro del Lavoro ha detto di avere «intenzione di favorire un processo che lasci aperto lo stabilimento». Di Maio ha fatto capire all’azienda che non avrebbe convenienza, nemmeno economica, a detenere un marchio a queste condizioni: «Sul mercato, la percezione di un marchio i cui prodotti non sono più realizzati nel territorio di riferimento tradizionale sarebbe molto diversa».
Circa la cassa integrazione per cessazione, Di Maio ha detto che «c’è la massima disponibilità da parte del governo a favorire processi di reindustrializzazione anche tramite gli ammortizzatori sociali». Processi di reindustrializzazione, appunto, non di cessazione. Inoltre, «marchio, lavoratori e fabbrica devono essere legati in uno stesso destino».

Per il capo dei deputati della Lega Riccardo Molinari, la proprietà ha tenuto «un atteggiamento intollerabile che ha mandato al tavolo dei consulenti che neanche sapevano quanta gente lavora nello stabilimento di Novi, sostenendo che la causa della scelta di chiudere e licenziare deriva dalla scarsa produttività del sito».

Secondo Federico Fornaro, capogruppo alla Camera di LeU, «l’assenza della proprietà turca è stato un segnale negativo e sbagliato. La risposta unitaria delle istituzioni, dei sindacati e della politica a difesa dello stabilimento di Novi Ligure e il rifiuto del piano di terziarizzazione della produzione rappresenta un punto di partenza per una trattativa che consenta di difendere i lavoratori che non possono essere chiamati a pagare il conto della fallimentare gestione imprenditoriale del gruppo Toksoz negli ultimi cinque anni. La Pernigotti ha bisogno di investimenti e di un serio piano industriale. Se il gruppo turco non intende rilanciare la Pernigotti, lo stabilimento passi la mano a imprenditori che si dimostrino concretamente interessati a farlo».

«Auspico che cambi l’atteggiamento della famiglia Toksoz e che l’incontro tra il premier Conte e la proprietà turca porti a un punto di incontro che salvi uno stabilimento storico. Occorre conoscere a fondo un’azienda per poterla gestire al meglio, non basta acquistarla e sfruttarne il marchio», ha detto il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon.

Domani mattina presidio dei lavoratori di fronte alla prefettura di Alessandria.
15/11/2018

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