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Dopo un quinquennio di responsabilità al vertice della Cisl, quale bilancio si sente di poter tratteggiare?
Credo che sia un bilancio positivo per la Cisl. Abbiamo raggiunto traguardi importanti in questi ultimi anni. La Cisl ha dimostrato di essere un sindacato autonomo dalla politica, responsabile, autorevole, capace di dialogare con tutti gli interlocutori istituzionali. Siamo riusciti a portare a casa risultati importanti, pur in quadro economico difficile. A partire dalle nuove regole sulla contrattazione, che, come ho già tante volte avuto modo di sottolineare, è stato davvero un evento storico. Quella intesa, infatti, ha cambiato le relazioni industriali nel segno della partecipazione, ponendo l’azienda ed il territorio al centro dell’attività sindacale. Ma abbiamo fatto tanto anche sul piano della tutela dei posti di lavoro, con l’utilizzazione ampia ed efficace degli ammortizzatori sociali insieme ad una stagione importante di rinnovi contrattuali. E poi ci sono gli accordi di Pomigliano e Mirafiori: occupazione e salario di produttività, in cambio di maggiore flessibilità nell'organizzazione del lavoro. Ma non dobbiamo riposare sugli allori. Ora ci daremo da fare affinchè il governo affondi il bisturi nei costi esorbitanti e scandalosi della politica e delle amministrazioni locali, introduca una patrimoniale che escluda chi ha solo una casa, venda il patrimonio pubblico, liberalizzi le municipalizzate, sblocchi davvero le infrastrutture e dia incentivi fiscali per l’assunzione dei giovani. E poi contrasti efficacemente, una volta per tutte, evasione ed elusione fiscale, facendo pagare di più chi dispone di più alti redditi. La riforma fiscale è il nostro grande obiettivo dei prossimi mesi per avere un sistema piu' giusto ed equo.
Indubbiamente gli ultimi anni sono stati particolarmente difficili per una Confederazione esposta sul fronte della concertazione, quale la CISL. Come valuta le recenti lacerazioni prodotte dalla CGIL per un verso e dalla Fiat di Marchionne dall'altro?
La Cisl non ha nulla di cui rimproverarsi. Noi abbiamo fatto solo il nostro mestiere di sindacato, trattando con i nostri interlocutori e portando a casa risultati importanti, come, per esempio, le 70 mila assunzioni nella scuola o la tutela delle pensioni. La Cgil invece ha voluto sostituirsi alla politica, assumendo in questi anni un ruolo di opposizione sociale assolutamente inconcludente. Per quanto riguarda il discorso Fiat e la sua uscita da Confindustria, posso solo dire che ci dispiace questa scelta, anche se apprezziamo la conferma del piano di investimenti in Italia. La Fiat è libera di stare o non stare in una associazione imprenditoriale, però non può dire che esce perchè è stato depotenziato l'accordo interconfederale del 28 giugno. Questo non è affatto vero. L'accordo del 28 giugno rimane per noi una tappa importante ed è utilissimo per la Fiat e per tutto il mondo del lavoro. D'altronde ha stabilito per la prima volta in sessant'anni che qualora in un'azienda c'è una maggioranza di lavoratori che esprimono una volontà precisa, quella maggioranza detta la linea e la minoranza deve rispettare gli accordi.
Abbiamo letto prese di posizione molto dure nei confronti del governo in carica. Quali soluzioni sarebbero auspicabili per far uscire l'Italia dall'impasse politico?
Il governo Berlusconi non sembra in questo momento adeguato alle difficoltà del momento storico. Troppe divisioni, troppi errori. Non si sono voluti affrontare i nodi veri delle riforme economiche ed istituzionali. L'unica via di salvezza in questo momento di difficoltà, è dar vita ad un governo di larghe intese e di emergenza nazionale che metta insieme anche forze politiche contrapposte ed affronti, così, alcune priorità imprescindibili. La politica ha smarrito il senso della sua missione perché finora non ha ancora trovato soluzioni concrete e da tutti condivise, ai nodi non sciolti da vent'anni. Meglio, dunque, cooperare tra forze responsabili e governare in modo tale che ciascuno possa rivedere la propria impostazione ed offrire agli italiani un'indicazione credibile per l'esecutivo della prossima legislatura. Oggi c'e' da soccorrere un Paese davvero esausto, ecco perché crediamo che la concordia tra le parti sia la riforma delle riforme a cui tutti dobbiamo aspirare. Ma siamo contrari alle elezioni: andare a votare adesso, infatti, con le borse ed i mercati in questa situazione di dubbio, significherebbe assommare disastri a disastri. E l’Italia, adesso, non può assolutamente permetterselo.
Il 17 ottobre a Todi, alla presenza della Card. Bagnasco e di altri autorevoli interlocutori, si sono riunite le maggiori espressioni sociali del cattolicesimo nazionale, tra questi un ruolo di primissimo piano è stato svolto proprio dalla CISL. Quali passi ulteriori ci dobbiamo attendere dopo questo appuntamento?
A Todi abbiamo rilanciato l’impegno dei credenti per un vero cambiamento nella società italiana, con l’ obiettivo di rimettere la persona ed i suoi diritti di cittadinanza al centro dell’azione politica. Si è di sicuro aperta una nuova fase. Occorre una testimonianza forte di valori, la formazione di una nuova classe dirigente per promuovere una politica in grado di misurarsi con i problemi concreti della realtà, di diventare progetto di cambiamento, di promuovere libertà e responsabilità, giustizia e solidarietà, il consenso della partecipazione dei cittadini. Sono i cattolici che possono realmente ed attivamente contribuire ad una svolta democratica, tornando protagonisti nei territori e nelle comunità. Faremo iniziative per rimettere al centro la famiglia, come promotore della vita comunitaria e principale ammortizzatore in questa lunga crisi. Pensiamo di dar vita ad una rete nei territori che colleghi associazioni, cooperative, sindacato, imprese, mondo del volontariato. Tornare al cattolicesimo popolare ed al progetto di Sturzo è l’unica possibilità di svolta e di rinascita per il nostro paese. Come dice il Cardinale Angelo Bagnasco, è dovere dei fedeli laici “lavorare per il giusto ordine sociale, anzi è un debito di servizio che hanno verso il mondo, in forza dell’antropologia illuminata dalla fede e dalla ragione. E’ questo il motivo per cui non possono tacere”.
I ventilati provvedimenti del governo sulla disciplina dei licenziamenti potrebbero portare ad una mobilitazione di tutto il sindacato fino allo sciopero. Siamo alla vigilia di uno scontro sociale?
Una cosa è certa: noi non vogliamo che si metta mano alla normativa sui licenziamenti. Ci sembra una provocazione ideologica da parte del governo, mentre il Paese ha bisogno di coesione sociale e di unità. Siamo disponibili a discutere di una riforma del mercato del lavoro che dia una risposta ai tanti giovani precari o in cerca di prima occupazione. Ma se verrà modificato l'assetto normativo dei licenziamenti senza il consenso delle parti sociali, la Cisl di sicuro si mobiliterà ed andrà allo sciopero. Francamente non capiamo perché il governo che con le parti sociali responsabili finora ha fatto di tutto per reggere la coesione sociale, spendendo decine di miliardi per le casse integrazioni in deroga, proprio per salvaguardare i rapporti di lavoro, adesso lanci questa discussione senza senso, che noi non condividiamo affatto. Non faremo sconti al Governo su questo punto. Saremo costretti a scioperare, nonostante sia nostra ferma volontà il non ricorrere a forme di protesta estreme in un momento di crisi economica, proprio per non erodere ancora di più i salari e danneggiare le imprese. La nostra non è solo una minaccia. E’ una presa di posizione ferma e concreta. Senza il consenso sociale nessun governo può fare le riforme per far ripartire il paese.
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