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Cultura e Spettacolo

Settecento novese: Andrea Leoncini, dalla Spagna a Novi

Ingaggiato dal doge Brignole-Sale, l'artista arriva in città da Madrid per mettersi al lavoro alla "Dogana", in quella che è l'odierna via Roma e realizzando, intorno al 1755, uno splendido salone
NOVI LIGURE - La consuetudine di dipingere le facciate degli edifici ha particolare importanza per Novi e indubbiamente fa parte in modo eloquente della cultura edilizia locale. Il successo riscontrato nei secoli è legato alla storia del nostro territorio. Genova, la capitale, è infatti nel panorama italiano uno dei luoghi in cui si sono felicemente concentrati, già a partire dal Quattrocento, un numero cospicuo di esempi di facciate dipinte.

Se ci si addentra all’interno dei cortili dei palazzi novesi, i vecchi intonaci - nei casi ancora conservati –  hanno il pregio di preservare le tracce di decorazioni antiche, mentre le facciate sulle vie cittadine hanno subito continui restauri e si sono adeguate negli anni alle mode del momento. Anche negli interni di molti edifici, che tra Sei e Settecento furono residenza di villeggiatura delle più importanti famiglie genovesi, si trovano pareti impreziosite da sovrapporta e cornici, mentre i saloni vengono decorati con finte architetture o arricchiti con ornati di vario genere che si concedono al godimento di pochi fortunati.

Un edificio, più di altri, esemplifica questo gusto per la decorazione. Grazie agli inediti documenti trovati negli archivi genovesi si può finalmente dare un’identità a coloro che per lungo tempo sono stati impegnati a costruire nelle forme attuali il palazzo “della Dogana”, in via Roma. A partire dal 1753, numerosi pittori esperti nell’arte dell’illusione e dell’ornamento daranno vita infatti al ricco e stratificato apparato decorativo del palazzo.

È il marchese Gio.Francesco Brignole-Sale (1695-1760) l’artefice della grande e complessa ristrutturazione del vecchio edificio che sino al 1730 era appartenuto alla famiglia genovese dei Lomellini. Ricco di denari e di potere, quest’uomo è doge della repubblica genovese dal 1746 al 1748, feudatario del territorio di Groppoli in Lunigiana, e proprietario di palazzo Rosso, oggi sede del principale museo di Genova, in via Garibaldi.

Il marchese chiama a Novi l’architetto ticinese Pietro Cantoni che coordinerà numerosi ebanisti, pittori, indoratori, fabbri, lattonieri e muratori, impegnati a garantire al palazzo tutte le comodità importate dal capoluogo: la cappella privata per la celebrazione delle messe, la sala del bigliardo, gli scabelletti all’ultima moda come quelli del marchese Pallavicini, e, al piano nobile, un salone delle feste riccamente affrescato.
Quindici anni fa, sulle pagine di questo giornale, si era già ipotizzato che l’autore del convincente impianto illusorio della volta di questo salone fosse lo stesso della sontuosa villa alla francese che la famiglia Durazzo costruisce a Cornigliano, vicino Genova (villa Durazzo Bombrini). L’affermazione ora, grazie ai documenti, è divenuta certezza. È il ligure Andrea Leoncini (1708-1760) – che aveva già ornato per il marchese Brignole-Sale l’alcova di Palazzo Rosso a Genova – l’autore della decorazione del salone di Novi e della “sala a mare”, lo spazio più rappresentativo di villa Durazzo Bombrini.

I motivi ornamentali e la tavolozza cromatica nei toni del rosa e dell’oro del salone novese, sotto il quale, in tempi recenti, hanno volteggiato le allieve di una nota scuola di danza, sono riproposti infatti un paio di anni dopo, nel 1757, nella villa genovese. Quando arriva a Novi, proveniente da Madrid, Leoncini ha quasi cinquant’anni ed è uno dei più richiesti “quadraturisti” – ossia pittore di ornati e architetture – sulla piazza genovese. Ma non sarà l’unico decoratore impegnato nelle proprietà novesi dei Brignole-Sale.

L’attenzione che il marchese riserva al palazzo – dove trascorre abitualmente alcune settimane nei mesi autunnali – non è da meno di quella rivolta alle proprietà terriere. È infatti dalle masserie di Novi che vengono inviati a Genova decine di capponi e bibini, centinaia di uova, cesti di luganega, grano, e i ceci che il marchese trova "assai buoni". È in una delle sue cascine – la Merella – che il nobile genovese affida ai pittori Ceppi e Cavatorta, la realizzazione di alcune decorazioni. Ceppi eseguirà gli ornati della cappella, mentre Cavatorta – di origine cremonese e attivo negli anni centrali del Settecento tra Piemonte, Liguria e Toscana – dipingerà sulla facciata del cortile l’arma dei Brignole e "Nostra Signora di Savona col Beato Tonno". Nello stesso torno di tempo questi due pittori sono impegnati anche nel palazzo di via Roma, e non solo. Ma questo merita un capitolo a parte.

 
16/03/2014
Beppe Merlano - Daniela Barbieri - redazione@ilnovese.info

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