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Intervista

Rumiz: "In cammino per l'Europa, il continente del divenire"

Lo scrittore e giornalista triestino sabato sarà alla Benedicta per un evento speciale che celebrerà in musica le grandi vie d'Europa. E dell'Appennino dice: "E' un paradosso, il territorio più centrale del nostro Paese è quello più trascurato, considerato una periferia lontana"
INTERVISTA – «L’orchestra che si esibirà sabato 29 luglio alla Benedicta è un po’ una metafora dell’Europa: non è qualcosa che viene messa insieme una volta per tutte, ma un organismo vivente che ha bisogno di un continuo processo di costruzione». Paolo Rumiz, 69 anni, giornalista di Repubblica, spiega così quello che si cela dietro la European Spirit of Youth Orchestra. «Sono 82 ragazzi che vengono selezionati ogni anno, provenienti un po’ da tutta l’Europa. Un’orchestra assolutamente unica, formata da giovani che non si conoscono: una sfida musicale ma anche umana, che ogni anno riparte da zero».
Paolo Rumiz, viaggiatore e scrittore instancabile: nel corso della sua carriera, ha percorso l’Italia e tutto il continente euroasiatico con ogni mezzo di trasporto, privilegiando quelli più sostenibili (come il treno). Soprattutto, ha viaggiato a piedi e in bicicletta: da Trieste a Vienna, da Fiume alla Liguria attraverso le Alpi, e poi ancora da Trieste fino a Istanbul.

Nel luglio del 2006 partivi per un viaggio attraverso l’Appennino per un reportage giornalistico che poi diventò anche un libro (“La leggenda dei monti naviganti”). A bordo di una Topolino del 1953, il primo giorno arrivasti alle Capanne di Marcarolo…
«Sì, e da allora sono tornato in Appennino mille volte, perché lì ho compreso l’unicità (e la fragilità) di questo territorio. È un paradosso: il territorio più centrale del nostro Paese è quello più trascurato, considerato una periferia lontana. Questa percezione, già visibile in quel viaggio del 2006, è diventata palese con i terremoti degli ultimi anni. Gli uomini avevano scelto di vivere su queste montagne per la loro ricchezza naturalistica: oggi non ne siamo più capaci perché il nostro rapporto con la natura è troppo impattante. E ogni volta ci facciamo prendere di sorpresa dalla sua ribellione».

Dalle grandi città le montagne sono solo qualcosa che si scorge all’orizzonte?
«Le nostre radici rurali sono state distrutte dalla globalizzazione e rinnegate dal punto di vista culturale, vissute con grande imbarazzo anziché con orgoglio. Del viaggio con la Topolino ricordo che mi venne spiegato come Torino e Genova guardassero con distacco alla realtà delle valli appenniniche, dimenticandosi perfino della loro esistenza. Ma l’Appennino è l’Italia e se l’Italia perde l’Appennino perde se stessa».

Alla Benedicta troverai qualcosa che non c’era quando ci passasti con la Topolino, un museo in costruzione che i partigiani hanno definito un “ecomostro”…
«Lo immagino. Dal “centro” vengono imposti modelli che con i territori hanno poco a che fare. Lo si vede bene anche nella ricostruzione post terremoto. Ma non c’è solo il terremoto a fare paura. Ci sono mali oscuri che si chiamano incendi, cementificazione, land grabbing (acquisizione a basso costo dei terreni), pale eoliche che sfigurano i crinali… Lo sviluppo dell’Appennino deve passare attraverso un nuovo modello, fatto di turismo verde e di prodotti locali, non di cemento».

Quale suggerimento daresti a un giovane che volesse vivere in Appennino e di Appennino?
«Di fare rete con gli altri. Perché non si può tornare in Appennino pensando di far rivivere i bei tempi antichi (che così belli non erano). In Appennino non conta tanto la capacità dell’individuo di fare, ma quella di resistere. E oggi si resiste soprattutto alla burocrazia».

La manifestazione di sabato sarà dedicata alle grandi vie d’Europa. Ma oggi in Europa si costruiscono soprattutto muri…
«Ma i muri sono per lo più mediatici e politici, non reali. La rabbia e la diffidenza, anche quando sono espresse da una minoranza incolta, ottengono più visibilità degli esempi positivi. Io credo che l’Italia resti un paese solidale. Ma la chiusura fa notizia, mentre l’accoglienza molto meno. I muri in questi momento sono mediatici, che servono a calmare un’opinione pubblica che si suppone essere in maggioranza xenofoba. Tutto questo parlare del Brennero, ad esempio, è demenziale perché a 300 metri dalla frontiera si passa tra le montagne senza problemi. Bisogna costruire un linguaggio antitetico a quello delle chiusure. Anche perché gli italiani sono tra i maggiori migranti del mondo. Dai nostri porti sono partiti 22 milioni di italiani in cinquant’anni. Paragonateli a qualche migliaio di migranti...»

Quest’anno, per la prima volta, la European Spirit of Youth Orchestra ospiterà anche alcune ragazze del Medio Oriente. Perché?
«Sì, tre violiniste libanesi. Le abbiamo scelte per tre motivi. Il primo, perché l’Europa è anche Mediterraneo. Il secondo, perché Europa è nata in Libano (nel mito greco infatti è la figlia del re di Tiro, rapita da Giove e portata a Creta). E infine per ricordare che l’Europa è figlia dell’Asia, un promontorio del grande continente rivolto a Ovest, verso le terre del tramonto. Come Ulisse nella Divina Commedia, che nel suo ultimo viaggio va là, “di retro al sol, del mondo sanza gente”. È un po’ questo l’Europa: cercare cosa c’è oltre».
28/07/2017

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