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Cultura e Spettacolo

La prima indagine del commissario Piazzi

Una cittadina tranquilla scossa da un inquietante omicidio, un’arma che lascia come unica traccia una stilla di sangue, un imprevedibile commissario sulle tracce di un torbido segreto. “Occhi chiusi”: il primo romanzo di Giulio Massobrio
È in libreria da pochi giorni Occhi chiusi, il giallo di Giulio Massobrio, edito da Newton Compton.
Alessandria, 1961. Alla vigilia del primo centenario dell’Unità d’Italia, l’architetto Cammei viene trovato morto. Seduto su una panchina, gli occhi chiusi e un cartello appeso al collo. Una scritta in stampatello, CAMMEI, IL PRIMO, annuncia una probabile serie di omicidi. Sul caso è chiamato a indagare il commissario Piazzi, uomo schivo e affascinante, duro quando occorre, poliziotto durante la guerra e poi partigiano. Dopo solo due giorni, un altro morto. Questa volta si tratta di un inquietante barbone, sfigurato in Grecia da una granata e rimasto cieco. Apparentemente nulla lo lega all’architetto, se non l’arma del delitto, insolita e antica: uno stiletto che non lascia quasi traccia. Solo una stilla di sangue. L’unico modo per far luce sulle due strane morti è scandagliare la vita di Cammei, dei suoi amici e conoscenti. Uno a uno, Piazzi mette sotto torchio tutti i personaggi che si muovevano intorno all’architetto, esimi rappresentanti della borghesia cittadina. Un medico molto noto, una nobildonna, un conte amante delle belle cose. Tutti, nessuno escluso, sono a conoscenza di fatti che riguardano il passato di Cammei. Ma tutti, nessuno escluso, farebbero qualsiasi cosa per tenerli nascosti. Perché rivelarli potrebbe fare emergere il torbido che si cela dietro le loro rispettabilissime vite. E magari condurre a un insospettabile assassino.

Piazzi si è ripreso in un attimo, tutto in lui è curiosamente cambiato in una frazione di secondo. Non è più il commissario che il questore conosce, è diventato il commissario che imbrogliava i tedeschi, che giocava con la Gestapo, che freddamente programmava le sue azioni con la ferma volontà di colpire il nemico, di fargli male, molto male. È il Piazzi di Nizza, quello che si siede cauto su una sediolina settecentesca che sembra stia per frantumarsi da un momento all’altro”.

Giulio Massobrio, storico, si è occupato di storia militare e napoleonica, sanitaria e sociale. Attualmente, si dedica alla progettazione e alla teoria museale. Vive ad Alessandria.


Il suo romanzo sembra ricalcare le atmosfere e la costruzione del giallo classico, quali sono i suoi maestri del genere?
Ho iniziato a leggere gialli a quattordici anni, non ho più smesso. Ciò significa che ho cominciato con i grandi classici, da Conan Doyle ad Agata Christie, per poi passare agli americani, primo fra tutti Ellery Queen, che leggevo di notte tutto d'un fiato. Poi Simenon, che forse non casualmente ho ripreso in mano in queste ultime settimane. In Italia, Camilleri e Lucarelli, diversissimi fra loro, ma con la straordinaria capacità di far emergere le pieghe più nascoste della società italiana. Mi sono appassionato alle storie di Giménez-Bartlett, ma più di tutti mi ha affascinato Francisco González Ledesma, con la sua vissuta disperazione. Poi è arrivato Adamsberg, creato da Fred Vargas, ed è stato subito amore. Questo è il bello del giallo classico: nelle sue atmosfere, nelle costruzioni delle trame, entrano a pieno diritto autori e personaggi diversissimi fra loro.

Colpisce il suo esordio nella narrativa in età matura, questo romanzo è rimasto per anni nel suo cassetto o si è maturato qualcosa in lei negli ultimi tempi?
Ho scritto di storia per buona parte della mia vita, storia militare principalmente, ma anche storia sociale, locale, sanitaria, senza essere uno storico accademico. Quando abbiamo progettato il nuovo museo della battaglia di Marengo, abbiamo dovuto fare i conti con la necessità di raccontare storie complesse da molti punti di vista, compresi quelli dei visitatori. È allora che ho capito come la letteratura possa essere uno strumento di conoscenza più efficace della storia. La storia racconta i fatti conoscendo tutte le risposte: sa cos’è successo e come è successo. Quando invece si scrive un romanzo ci si immerge nella vicenda che si sta raccontando, vivendola dalla parte dei protagonisti che non sanno dove andranno a finire, né come si concluderà la vicenda nella quale sono coinvolti. Questo processo di partecipazione fa comprendere la ragione dei fatti e qui sta la differenza: il lettore non è un destinatario di una risposta, è il protagonista di un'esperienza. Del resto, come l'autore. Quando ho iniziato questo romanzo, non sapevo come sarebbe finito. Sono i personaggi che hanno preso vita e mi hanno portato dove hanno voluto.

Per narrare le vicende del commissario Piazzi si è ispirato a qualche fatto di cronaca o è tutto frutto della sua fantasia?
Volevo raccontare un'epoca e i personaggi che l'hanno vissuta. Il 1961 corrisponde al primo centenario dell'Unità ed è un anno ben diverso dal 2011, che cade mezzo secolo dopo. Un tempo infinito. Mi sembrava interessante e curioso riandare a quell'anno, (allora facevo la terza media e mi ricordo Italia 61 a Torino, la monorotaia, il Circarama, Palazzo Vela). La storia è frutto di fantasia, il contesto no e, spesso, nemmeno i personaggi lo sono. Il cieco Rastelli, per esempio. L'ho raccontato così come me lo ricordo, terribile con i suoi denti di acciaio e gli spessi occhiali neri. La storia dei borsari neri uccisi dalle bombe e mutilati delle dita per impossessarsi dei loro anelli è vera. Il Fosso è un'invenzione, ma alcune parti della città (il quartiere della Rogna, abbattuto prima della seconda guerra mondiale), potevano essere descritte con le stesse parole. All'Osteria della Pace, vicino al fiume, ci si accoltellava ogni sera e per questo in città s’ironizzava sul nome. Un fascista cittadino aveva davvero rinunciato a fumare per mandare i soldi risparmiati all'attentatore di Togliatti, in carcere. L'Opera Pia raccontata nel libro non esiste, ma i soldati brasiliani entrano davvero in città il 28 aprile 1945. La cronaca di quegli anni di boom era legata in gran parte alla tragica esperienza della guerra, che aveva lasciato strascichi e una sorta di assuefazione culturale alla violenza, anche a quella più cruenta. Il clima era pesante: a una morale fortemente repressiva, corrispondevano comportamenti che allora erano definiti "devianti", ma che erano largamente tollerati nelle classi elevate, come alcuni grandi fatti di cronaca italiana testimoniano: l'affare Montesi, l'omicidio Casati, eccetera.

Leggendo il suo romanzo Alessandria ci appare come una città che nasconde un volto torbido. La pensa davvero così?
Ho scelto Alessandria perché è una tipica città della provincia italiana. È una città della nebbia e la nebbia cela molti segreti, che solo una ristretta cerchia di persone conosce. Il grigio è il suo colore e gli alessandrini ne vanno orgogliosi. Alessandria non ha un volto torbido, ma chiuso e riservato sì. Non è una città dove accadono grandi fatti criminosi, ma negli anni sono stati commessi delitti che non sono mai stati risolti. Qualcuno sa e non parla. Nel romanzo parlo anche degli anni della guerra civile. Come in tutte le città del Nord Italia, si ebbero delazioni, omicidi, ma tutto sembra dimenticato, bisogna leggere le carte d'archivio per scoprire fatti ignoti ai più. Ma a ben vedere questo accade da molte parti. Alessandria è una città normale. Negli anni Sessanta, all'epoca dei fatti narrati dal romanzo, era piccola e provinciale, con una sola grande fabbrica e un forte legame con la campagna, piena di caserme e di soldati, centro di raccolta per sfollati e persone cacciate dall'Istria e dalla Dalmazia, o appena arrivate dalle ex colonie dove non erano più gradite. D'inverno per le strade non s'incontrava nessuno, a parte le vie del centro, e la nebbia era molto più fitta e persistente di adesso. Non c'è alessandrino che non ci si sia perso, anche a piedi. Quando ero ragazzo, la città mi sembrava tenebrosa, non tanto per il suo aspetto, ma per le storie che sentivo raccontare, spezzettate, accompagnate da rapidi sguardi, mezzi sorrisi, smorfie. Non capivo, ma loro, quelli che parlavano, sapevano. Capitava in famiglia, per strada, nelle botteghe. Quando un calzolaio assassinò la moglie per gelosia, la città ne fu scossa, ma poi sembrò che tutti conoscessero i retroscena, che in fondo l'omicidio fosse ritenuto la conclusione inevitabile di un processo di cui nessuno aveva mai parlato apertamente.

Ci saranno nuove avventure per il commissario Piazzi?
In questi giorni, il commissario sta indagando sull'omicidio del parroco di un paesino della Val Borbera, una valle aspra fra Piemonte e Liguria, nel quale tutti si chiamano con lo stesso cognome. E dove il piccolo cimitero nasconde un segreto terribile. Lui e i suoi amici e collaboratori non sanno come andrà a finire questa storia. E nemmeno se sarà pubblicata.
29/07/2012

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