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Processo polo chimico

Rossi senza freni: “a Spinetta anche i muri sapevano del cromo”

Al banco dei testimoni al processo sull'inquinamento del polo chimico l'onorevole Oreste Rossi parla senza remore: “tutti sapevano del cromo, anche i muri, che trasudavano di giallo”. Solvay insiste: “nel 2002 fu informata la procura dei valori fuori norma, ma non fu fatto nulla”. Arpa: “i pozzi su cui fare campionamenti erano introvabili”
ALESSANDRIA – Carne al fuoco, al processo contro otto dirigenti ed amministratori del polo chimico di Spinetta Marengo per omessa bonifica e inquinamento delle acque inizia ad essercene parecchia. Facile, quindi, confondere e difficile tirare le somme dopo una trentina di testimoni già ascoltati, tra tanti “non ricordo”, documenti tenuti nascosti o non trovati, dati discordanti. Non ha dubbi l'onorevole Oreste Rossi che a Spinetta è nato e “vissuto a duecento metri” dalla fabbrica. Racconta, l'europarlamentare, delle sue prime battaglie ambientali, dei ricordi di famiglia: “l'incubo di madre per non lasciare i panni stesi fuori la notte, perchè al mattino si ritrovavano macchiati di giallo e poco dopo si bucavano”, “la Bormida che cambiava colore, dal bianco al rosso”, della “carrozzeria delle auto parcheggiare che si rovinava e le grondaie di rame che si corrodevano”. Erano già gli anni Novanta, non secoli fa.
Nel 1996 Rossi, eletto in Parlamento, presenta un'interpellanza in cui si chiede conto della presenza di cromo esavalente nelle falde sotto lo zuccherificio. Interpellanza più volte evocata dalla difesa come elemento determinate nella teoria degli “enti che sapevano e non hanno fatto nulla per fermare l'inquinamento”, prima che nel 2002 arrivasse Solvay a Spinetta. La risposta all'interrogazione sarà vaga e insoddisfacente: “il sottosegretario dell'epoca – ricorda Rossi – mi rispose leggendo in pratica una nota preparata da Ausimont, tanto che io chiesi se non si vergognavano”. Stessa risposta evasiva arrivò anche ad una interrogazione in consiglio regionale.
Anche ieri lo hanno ribadito, in una nota al termine dell'udienza: “Anche oggi (ieri per chi legge, ndr) si è evidenziato in modo chiaro e incontrovertibile che l’inquinamento di cui si parla è antico e legato alle produzioni del passato ed era ben conosciuto dalle autorità pubbliche preposte, così come da Montedison, che poco o nulla hanno fatto per eliminarlo o almeno diminuirlo”.
Ma proprio perchè “lo sapevano anche i muri” solo Solvay non ne è venuta a conoscenza dopo l'acquisizione dello stabilimento? Così sembrerebbe dall'esame dell'esperto per la sicurezza ambientale di Solvay Italia, chiamato d'urgenza a Spinetta dopo lo scoppio dell'emergenza cromo. In pochi giorni Fabrizio Maria Lodone mette mano a tre archivi, custoditi nello stabilimento, in un sottoscala: l'archivio della direzione, quello del laboratorio e quello dell'unità Pass (sicurezza). Tra “la polvere” e la montagna di scatoloni saltano fuori i documenti che fanno la cronistoria delle produzioni dei sito, dagli anni '40 fino all'anno del passaggio di proprietà. C'era tutto, nelle carte – evidentemente non consultate prima del 2008 – il cromo, le discariche autorizzate per rifiuti speciali (ma non tossici), le analisi delle acque, il “libro nero” che conteneva i dati delle analisi, gli studi di Molinari che indicavano la non separazione delle falde sottostanti.
Sul banco dei testimoni la difesa Solvay chiama anche uno dei tecnici Arpa che, nel 2002, eseguono analisi di campionamento in pozzi vicino alle discariche, e da cui risultano valori di cromo e di cloroformio superiori anche 200 volte i limiti.
“C'è il sospetto che nel 2002, proprio nel momento della vendita a Solvay, Arpa in comunicazioni ufficiali non abbia informato in modo esaustivo la Procura della Repubblica sull’esistenza di inquinamento da solventi clorurati oltre i limiti di legge che essa aveva individuato con le proprie analisi” sottolinea l'avvocato Santa Maria (Solvay). Il testimone non ricorda perchè “non furono fatti approfondimenti”, nonostante furono richiesti dalla procura. In realtà ne aveva parlato in una delle prime udienze l'attuale direttore Arpa Alberto Maffiotti: “nel 2001, con la legge 472, Ausimont si 'autodenunciò' avviando il piano di caratterizzazione”, completato in via definitiva solo recentemente. Verso la procura ci fu quindi una comunicazione da parte di Arpa, non un esposto.
In ogni caso, all'epoca, i tecnici Arpa incontrarono non poche difficoltà ad individuare i pozzi in aperta campagna su cui effettuare i controlli, “in parte perchè chiusi o inaccessibili”, ricorda il teste. Nuovi pozzi furono poi fatti tra il 2006 e il 2007.
26/11/2013

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