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Alessandria

“Qui parecchie cose non vanno”, poi la teste spiega: “ero arrabbiata”

Al processo contro il polo chimico sfilano nuovi testimoni: ex dipendenti e dipendenti delle aziende. E spuntano le prime intercettazioni telefoniche. L'accusa vuole dimostrare come fosse consolidato il “modus operandi” di “tacere” la reale situazione dell'inquinamento. La teste: “l'azienda voleva capire, prima di comunicare agli enti”
ALESSANDRIA - L'accusa incalza e getta benzina sul fuoco. La difesa incassa, per ora, in attesa di sferrare il contro attacco, quando sul banco dei testimoni saranno chiamati i “consulenti tecnici”. Al processo contro i dirigenti del polo chimico di Spinetta Marengo per inquinamento delle acque e omessa bonifica, il pubblico ministero Riccardo Ghio, “spara” un altro paio di cartucce: dipendenti ed ex dipendenti delle aziende che ci sono succedute negli ultimi 20 anni nella gestione dello stabilimento, che - a volte denti stretti - contribuiscono a ricostruire la vicenda relativa alla presenza di inquinanti che, dagli anni 2000 in poi, appare sempre più conclamata.
Vengono prodotte le intercettazioni telefoniche tra Valeria Giunta, chimico, responsabile del laboratorio industriale interno, prima di Ausimont poi di Solvay, in cui, sfogandosi con la madre parla di “parecchie cose che non vanno”. E' il 16 luglio 2008, ad “emergenza” scoppiata e dopo la visita dei carabinieri dei Noe nei laboratori. A distanza di 13 anni la Giunta ricostruisce quella telefonata: “erano appena arrivati una decina di carabinieri, portando via tutto il lavoro svolto”. L'antefatto: alcune analisi rilevano la presenza di “cloruri fuori dai limiti, sui reflui” e Giorgio Canti, imputato al processo e dirigente prima di Ausimont/Solvay “mi disse di non dirlo”. “La cosa mi aveva dato fastidio ed avevo avuto una brutta discussione”.
Era una prassi quella di “non dire”? A chiederlo è direttamente il presidente della Corte d'Assise, dinnanzi alla quale si sta celebrando il processo. “Io sono un tecnico. Ho sempre pensato che i dati fossero trasmessi correttamente”. Ma , in aula, vengono citati almeno due casi, tra cui quello relativo ai dati sul pozzo 8, da cui proveniva l'acqua distribuita come potabile agli abitanti, per il quale pare esistesse una “doppia versione” di dati. Fatto non confermato con chiarezza dalla test la quale ricorda però come il pozzo venisse “controllato nell'ambito dei pozzi industriali” e fossero fatti anche rilievi “a monte e a valle della discarica”.
Tanti “buchi”, invece, nella memoria di Caterina Di Carlo, ingegnere ambientale assunta in Ausimont nel 2000 e passata in Solvay, impegnata nella stesura del primo piano di caratterizzazione, quello del 2001. Alla Di Carlo la società di consulenza ambientale Enviror chiederà di fare alcuni campionamenti a diversi livelli del terreno. Ma, secondo i documenti esibiti dal pubblico ministero, saranno prodotte tre versioni degli stessi certificati. Un fatto “non normale”, ma che la teste “non si spiega”.
Nel 2004, invece, emerge con chiarezza la presenza di un alto piezometrico e la presenza di un inquinamento in falda. “La contaminazione più importante – dice la teste – è nella falda superficiale. Più profondamente nei pozzi industriali ci sono concentrazioni che superano i limiti attorno all'area Algofrene. Ci si era chiesto come mai, visto che si partiva da un modello di caratterizzazione che ipotizzava la separazione delle due falde”.
Di questo non sono stati subito informati gli enti “perchè ricordo che mi venne detto che si voleva fare un approfondimento per capire l'andamento della falda. Sembrava che ci fosse una risalita della falda, tipo gayser. E infatti il problema erano le perdite”.
Non comunicare con immediatezza i dati per fornire poi una versione corretta e definitiva agli enti (che verrà in effetti fornita solo nel 2009) del modello idrogeoligico. Una “dimenticanza” passibile di ammenda, ma non un reato penale. E' questa la versione dell'azienda, che respinge l'accusa di aver “occultato”. “La difesa Solvay proverà che nessuna conoscenza, una volta effettivamente validata a seguito delle necessarie compresse indagini scientifiche, è mai stata occultata, come dimostra il fatto, già emerso nel processo, che già a settembre 2004 Solvay aveva comunicato agli enti sia l'alto piezometrico, sia la contaminazione esterna allo stabilimento, sia la necessità di una messa in sicurezza di emergenza”, trasmette in una nota stampa Solvay.
Racconta puntuale, invece il teste Pietro Mancini, ex dipendete Ausimont, poi Solvay dal 1997 al 2007 e addetto al laboratorio industriale alle dipendenze di Valeria Giunta, di un episodio specifico: dopo la nevicata del 2005 il magazzino del laboratorio viene allagato e, una volta ritirate le acque, le pareti e il pavimento sono ricoperti da una patina gialla. “Mi fu detto che era bicromato”, ricorda il teste, proveniente da lavorazioni precedenti. Lo diranno anche Di Carlo e Giunta. Mancini, in qualità di delegato sindacale, vorrebbe andare a fondo alla questione. Fa partire anche una denuncia allo Spresal, l'ente per la sicurezza sul lavoro. “Il responsabile della manutenzione mi disse che lui, là dentro, non ci sarebbe entrato”. Valeria Giunta sarà incaricata di tenere “sott'occhio” periodicamente il pavimento che venne poi ricoperto con una gettata di cemento.
Sul banco dei testimoni torna anche il luogotenente Francesco Ammirata: si parla di acqua potabile, quelle che veniva distribuita dallo stabilimento ad alcune utenze private. Nel 2000 una lettera indirizzata agli utenti, a firma di Tartuferi, ex direttore Ausimont, viene esplicitato come “l'acqua, a causa di problemi alla rete, deve essere utilizzata solo per scopi irrigui”, ma “non si parlava di potabilità”. E' di molto antecedente, invece, un contratto, fornito da una delle parti civili, tra l'allora Montecatini e i residenti in alcune vie adiacenti allo stabilimento, in cui l'azienda di impegna a fornire gratuitamente l'acqua, “purchè l'utilizzatore non avanzasse pretese di risarcimento in caso di colorazione starna dell'acqua o altro tipo di inquinamento”. La fornitura proseguì fino al 2008. Amag, in quell'anno, si offre di condurre analisi alle utenze che utilizzavano l'acqua dello stabilimento, dietro pagamento di 25 euro. “Nelle lettere con i risultati consegnati poi agli abitanti, venivano menzionati solo alcuni parametri, quelli relativi al cromo totale, al cromo esavalente e agli alogenati che rientravano nei parametri”. I valori ricercati erano però molti di più. La frase, per ora, resta sospesa. Gli avvocati di parte civile promettono di ritornarci sopra. La difesa passa la mano poiché “il ruolo processuale di Ammirata in qualità di teste, e non di consulente tecnico, gli impedisce di esprimere valutazioni e non consente quindi alla difesa si formulare domande specifiche, che necessitano di analisi approfondite, sui documenti prodotti nel corso della passata udienza”.
Prossima udienza il 22 maggio, con nuovi testimoni.
14/05/2013

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