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Processo Fabbio

Quattro anni a Fabbio, tre anni e due mesi a Ravazzano. E il comune vuole 10 milioni

Al processo contro Fabbio e Ravazzano per truffa, falso e abuso d'ufficio il pubblico ministero chiede la condanna a 4 anni per l'ex sindaco e tre anni e due mesi per l'ex ragioniere capo. Consistenti le richieste di danno delle parti civili: 10 milioni dal Comune e 9 milioni da Cissaca, più le provvisionali di 500 mila e 1 milione
ALESSANDRIA – Ha parlato per quasi sei ore il pubblico ministero Riccardo Ghio, ripercorrendo le tappe del processo che vede sul banco degli imputati l'ex sindaco Piercarlo Fabbio e il ragioniere capo Carlo Alberto Ravazzano (stralciata, invece, la posizione di Luciano Vandone, che verrà discussa quando l'imputato si rimetterà dalla malattia). Una ricostruzione precisa, con qualche fuga in avanti, per prevenire quella che sarebbe stata, in effetti la linea della difesa, in un quadro normativo in evoluzione in tema di finanza pubblica. Pesanti le richieste di condanna: quattro anni di detenzione e interdizione per cinque anni dai pubblici uffici per Fabbio; tre anni e due mesi, più l'interdizione di cinque anni, per l'ex ragioniere capo Ravazzano.
Chiedono un risarcimento dei danni per 10 milioni di euro e 500 mila euro a titolo provvisionale il Comune di Alessandria, costituitosi parte civile e nove milioni di euro e 1 milione come provvisionale ilconsorzio dei servizi Cissaca, anch'esso parte civile.

LA REQUISITORIA DELL'ACCUSA
Sotto esame è il bilancio del 2010, “falso, senza alcun dubbio”, secondo l'accusa. Il pubblico ministero ha cercato di dimostrare come gli imputati abbiano “messo in campo una serie di azioni con l'unico scopo di evitare le sanzioni che sarebbero derivate dal mancato rispetto del patto si stabilità” (minori trasferimenti statali, nessuna corresponsione delle indennità, blocco delle assunzioni e dei mutui, ad esempio).
Ghio ha giocato d'anticipo, si diceva. Cita l'evoluzione della normativa: proprio quest'anno, il legislatore dà applicazione da una legge speciale che sostituisce l'illecito penale in materia di finanza pubblica in illecito amministrativo. Ma condivide l'interpretazione di chi sostiene che penale e amministrativo si riferiscono a livelli di alterazione diversi per quantità e qualità e che il legislatore non intendesse “alleggerire” il reato e la pena, ma colmare un vuoto. E in ogni caso, vige il principio di non retroattività (“non è che chi era accusato di falsificare le lire non sia più perseguibile una volta entrato in vigore l'Euro”, è uno degli esempi che cita).
Proprio su questo versante punta la difesa di Piercarlo Fabbio, per voce dell'avvocato Roberto Cavallone: “In un contesto normativo ballerino, mi stupisce che per il pubblico ministero debba prevalere la norma penale” quando la faccenda si potrebbe chiudere con una sanzione amministrativa pari a 10 volte l'indennità di carica.
Passa oltre Ghio, assodato che, per lui, si tratti di un reato penale e non di un illecito amministrativo. Fabbio e Ravazzano, sostiene, avrebbero tenuto una condotta ben precisa, tutta volta ad evitare lo sforamento del patto di stabilità con il bilancio 2010.
Spese “stralciate, quando erano già impegnate se non addirittura liquidate” o “fatte slittare” ad esercizi successivi, incassi gonfiati: insomma comportamenti illeciti “decisi a tavolino”, con l'unico obiettivo di rispettare il patto di stabilità, piegando i mezzi, per arrivare al fine e che ha portato a produrre un bilancio fasullo”.

"IL PATTO DI STABILITA' AD OGNI COSTO"
Ghio ricostruisce in aula le fasi fondamentali della vicenda. Nel 2010 il ragioniere capo Antonello Zaccone si rende conto che c'è uno sforamento in bilancio di circa 20 milioni di euro. Invia un documento di ricognizione ai dirigenti comunali; dopo qualche giorno Zaccone lascerà l'incarico. Ma, anche su questo punto si apre la discussione: fu lui a lasciare perchè non voleva sottostare alla linea politica di fare quadrare il bilancio a tutti i costi o fu “sostituito”, con decisione del sindaco, con una figura più disponibile (l'imputato Ravazzano, appunto)? “C'era un'enorme preoccupazione per la situazione dei conti e Zaccone non si volle prestare, così fu messo da parte proprio a ridosso della chiusura dell'esercizio finanziario”, sostiene l'accusa.
Sempre a dicembre 2011 sarà Ravazzano a firmare la certificazione di rispetto del patto di stabilità e a marzo il bilancio sarà approvato con un avanzo di oltre 3 milioni di euro circa. La Corte dei Conti, nell'esercizio delle sue funzioni di controllo contabile, avanza dei rilevi; il bilancio viene rivisto e chiuderà con un disavanzo di 10 milioni di euro. Viene in ogni caso approvato dal consiglio comunale, nonostante il parere negativo di un revisore dei conti, Antonella Perrone e il parere positivo, ma con riserva degli altri due revisori, Angelo Angelini e Nicola Tattoli. E' a quel punto che l'ex sindaco Mara Scagni fa un esposto alla Corte dei Conti e contemporaneamente alla Procura della Repubblica.

LE PARTI CIVILI: "I NODI VENGONO AL PETTINE"
Respingono con forza le accuse le difese. L'avvocato Roberto Cavallone, a difesa di Fabbio sottolinea come lo “slittamento” di spese da un anno all'altro sia una “prassi consolidata” ed ora addirittura depenalizzata dalla normativa più recente.
“Così fan tutti? Male. Ora la città chiede che venga ristabilito l'ordine violato”, dice l'avvocato di parte civile Boccassi. Per il legale del Comune “gli imputati sapevano di commettere un reato e lo hanno fatto con coscienza e volontà”. “Bastava ascoltare il parere del revisore dei conti Perrone, ma il patto di stabilità 'doveva' essere rispettato a tutti i costi”.
Ora, “i nodi vengono al pettine”, i benefici del rispetto del patto “sono stati immediati, ma ora i costi sono a carico di tutti i cittadini, che hanno tariffe e addizionali al massimo”. E, “la voce dei cittadini riprende con livore, Alessandria non è più la stessa”. Rincara la dose l'avvocato Boccassi: “si è arrivati a dover dichiarare il dissesto; il comune ha ottenuto un anticipo di 52 milioni di euro per coprire la massa passiva, ma si tratta di un anticipo a titolo oneroso, che dovrà essere risarcito, dai cittadini”.
Boccassi parla di “operazioni di maquillage” del bilancio, di “sotterfugi” messi in atto dagli imputati.

LA DIFESA
“Non facciamo di tutta l'erba un fascio – replica Cavallone – qui nessuno ha rubato nulla, nessuno si è messo in tasca un solo centesimo di soldi pubblici”. Indica in Vandone il deus ex machina della politica di “slittamento” delle spese. Fabbio non poteva non sapere? “Poteva sicuramente anche non sapere”, perchè si fidava del suo assessore, “laureato in economia e commercio e con una carriera come docente universitario”. Era Vandone, ricorda l'avvocato di Fabbio, che teneva i contatti con i tecnici comunali, fu sempre Vandone, riporta citando le testimonianze rese davanti alla Corte, a non voler portare in discussione in giunta il documento di Zaccone in cui si parlava di un “buco” da 20 milioni di euro. Plausibile pensare quindi che Fabbio poteva anche non sapere?

Le requisitorie proseguiranno il 19 febbraio. Il pubblico Ministero di riserva di presentare una memoria aggiuntiva, poi si andrà a sentenza.
30/01/2015

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