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Processo polo chimico

Interrogatorio “blindato” per il teste chiave dell'accusa

Gli avvocati Solvay chiedono che una delle test chiave dell'accusa non venga ascoltata come teste ma in presenza di un avvocato in quanto potenzialmente imputabile per il reato di omessa bonifica. La corte accoglie l'eccezione. La teste si potrà avvalere in aula della facoltà di non rispondere
ALESSANDRIA - E' andato a segno l'affondo della difesa Solvay al processo contro otto dirigenti del polo chimico di Spinetta Marengo, accusati di omessa bonifica e avvelenamento delle acque. Nell'udienza di ieri, 22 maggio, sarebbe stato il turno dell'esame del teste Chiara Cataruzza, dipendente di Ensr, società di consulenza ambientale per Ausimont. Una testimonianza chiave per l'accusa, come già emerso nei precedenti esami del direttore Arpa Alberto Maffiotti e del luogotenente del Noe Francesco Ammirata, per aver seguito direttamente sul campo le fasi più importante del piano di caratterizzazione del 2001. Secondo il pubblico ministero Riccardo Ghio, Cataruzza era il trait d'union tra le due società, la persona alla quale veniva chiesto di “modificare ed occultare” dati e tabelle.
Proprio per questa sua posizione chiave, secondo la difesa degli imputati De Laguiche, Joris e Carimati, deve essere applicata la garanzia prevista dell'articolo 210 del codice di procedura penale in quanto “la dottoressa Cataruzza si trova in una posizione del tutto sovrapponibile a quella degli imputati Ausimont”. A sopporto dell'eccezione la difesa ha anche presentato agli atti un fax del marzo 2001 “con cui Catarruzza chiede al laboratorio Innolab di apportare numerose modifiche ai dati certificati analitici del Piano di Catatterizzazione e, in particolare di “cancellare” alcuni valori riferiti all'arsenico. Quindi, secondo gli avvocati Solvay, la teste “era a conoscenza sia della presenza delle discariche”, sia dell'anomalia di falda, al pari degli imputati Ausimont.
L'applicazione dell'articolo 210 prevede che in aula, nella prossima udienza, Cataruzza sia assistita da un avvocato di fiducia e che si possa avvalere della facoltà di non rispondere. Una posizione difficile quella in cui potrebbe trovarsi la teste poiché rischia di vedersi a sua volta incriminata per concorso nel reato di omessa bonifica.
Questo è uno dei timori, ad esempio, della parte civile Medicina Democratica. “Scommettiamo che la dottoressa Chiara Cataruzza si avvarrà della facoltà di non rispondere, uscendo di fatto dal processo quale testimone pericolosissimo sia per Ausimont che per Solvay apparentemente avversari. A dimostrazione (ennesima) che l'eccezione della Solvay alla sua partecipazione come teste, e tramite il paradosso giuridico di indicarla addirittura come imputata dei capi d'accusa, con tanto di prove, era stata preventivamente preparata con lAusimont e Cataruzza”, dichiara Lino Balza.
A nulla è valsa la replica del pubblico ministero Riccardo Ghio: “la teste non aveva capacità decisionale, non era lei che stabiliva cosa scrivere o non scrivere e non ha mai rappresentato la società all'esterno, in conferenza dei servizi”.
La corte, guidata dal presidente Sandra Casacci, ha accolto l'istanza della difesa. In apertura di udienza, la difesa Solvay, ha chiesto l'ammissione agli atti di un'altra serie di documenti che dimostrerebbero come l'Arpa e gli enti in genere erano a conoscenza della fornitura agli abitanti di acqua proveniente dai pozzi dello stabilimento. Ci fu un primo protocollo d'intesa tra Comune e Ausimont nel 1989 in cui il comune si impegnava a provvedere tramite Amag all'allacciamento alla rete idrica potabile “entro il dicembre 1990” e che l'acqua fornita dallo stabilimento avrebbe dovuto essere utilizzata solo per scopi irrigui. In realtà l'allacciamento alla rete avvenne solo nel 2000, dopo il rinnovo di protocolli di intesa nel '96.
23/05/2013

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