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Processo polo chimico

Contro Ausimont “nessuna prova”

E' terminata ieri la requisitoria degli avvocati di difesa Ausimont: “non esiste nessun 'metodo Boncoraglio'” sostengono. E contrappongono il “metodo Ghio” (la pubblica accusa) basato, secondo la difesa, su “semplificazioni necessariamente generalizzanti”
ALESSANDRIA – Le cartucce, gli avvocati della difesa Ausimont, i cui vertici sono accusati di omessa bonifica e avvelenamento delle acque, le hanno sparate fino in fondo.
“Accuse senza prove”, “mancanza di un nesso di casualità”, “sovrapposizione di date” nella ricostruzione degli eventi fatta dal pubblico ministero Riccardo Ghio, secondo il pool di avvocati Sassi, Alecci, Centonze. Insomma, la difesa usa le armi dell'accusa ma le punta contro questa, partendo dalle sue parole. Quell'invito alla Corte d'Assise a guardare alla “semplicità del processo” - fatto da Ghio – nella mani della difesa diventa una “semplificazione” per non dire “banalizzazione”. Avrà tempo di replicare il pubblico ministero, nel frattempo resta il bersaglio del fuoco incrociato delle difese.
Secondo l'avvocato Sassi, che parla in difesa dell'imputato Carlo Cogliati, amministratore delegato Ausimont e, nella fase di passaggio, anche di Solvay, “non ci fu avvelenamento di acque ad uso umano, non c'è un solo documento in cui Cogliati dice di non fare accertamenti o interventi”. Ne chiede l'assoluzione perchè il fatto non sussiste, condannarlo sarebbe come “condannare qualcuno per omicidio anche se non c'è il morto”.
L'avvocato Alecci, in difesa di Francesco Boncoraglio, responsabile della struttura centrale funzione ambiente e sicurezza, respinge l'accusa secondo la quale sarebbe esistito un “metodo Boncoraglio”, sintetizzato dal pubblico ministero come l'abitudine a cercare le soluzioni per l'ambiente meno costose possibili, “distraendo” anzi l'attenzione degli enti, “senza risolvere i problemi”. “Il pass centrale – sottolinea l'avvocato – non aveva autonomia di spesa o digestione sui singoli stabilimenti, ma solo una funzione di coordinamento”.
Ad introdurre, per contrapposizione, il “metodo Ghio” (in realtà mai nominato direttamente per nome e cognome, ma solo per funzione) è l'avvocato Francesco Centonze. Un metodo basato sulla “semplificazione necessariamente generalizzanti”, in quanto non sarebbe possibile stabilire la responsabilità soggettiva degli imputati. “Il pubblico ministero non è riuscito a dimostrare nulla”, secondo Centonze. Non avrebbe cioè stabilito un nesso di casualità tra un atto, o una omissione di atti, e l'inquinamento (“non avvelenamento, le stesso Pm – dice l'avvocato – parla di inquinamento).
A partire dalla perdita di acqua dagli impianti, che avrebbero determinato l'alto piezometrico, il quale a sua volta potrebbe aver determinato un'inversione di falda, quindi un dilavamento di terreni inquinati e la conseguente dispersione di sostanze nocive nelle acque di falda. Una sequenza impossibile da porvare? In ogni caso, secondo la difesa, “non è possibile dimostrare l'effetto dilavante, e questo basterebbe per chiudereil processo”, così come non è possibile dimostrare come “una diversa comunicazione agli Enti dello stato di contaminazione avrebbe protato ad un risultato diverso”. Non ci fu dolo, cioè intenzionalità di avvelenare – dice la difesa – perchè ci fu, nel 2001, l'autodenuncia fatta da Ausimt a seguito dell'entrata in vigore del decreto Ronchi. “L'azienda 'alzò le mani', era un obbligo di legge ma secondo l'avvocato, Ausimont "avrebbe potuto non farlo, avrebbe potuto tacere”. Furono gli Enti a stabilire nel maggio 2003 (due anni dopo) l'avvio della procedura di bonifica. Colpa delle burocrazia, degli Enti (Regione e Provincia intesta), quindi? Quella di Centonze potrebbe essere la tesi, in parte già anticipata in alcuni passaggi, della difesa di Solvay che inizierà la sua requisitoria a partire dalla prossima udienza,fissata per il 10 novembre. Il pool Solvay ha “prenotato” le prossime quattro sedute, fino al 1 dicembre. Poi la parola tornerà all'accusa.
28/10/2014

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