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Ovada

Ammanco: la sentenza fa luce sui fatti

La dipendere comunale condannata a risarcire l'ente "incassava le somme, apponeva il timbro di avvenuto pagamento sul provvedimento" Dopodiché "le somme venivano conservate in cassaforte e all’inizio di ogni mese" per la consegna
OVADA - “L’incasso delle somme sarebbe stato disciplinato dall’Ente in modo incongruo poiché non era previsto che potesse avvenire solo per il tramite del tesoriere, ma l’interessato poteva procedere anche con pagamento diretto allo sportello dell’ufficio urbanistica”. La Massa procedeva all’incasso delle predette somme apponendo il timbro di avvenuto pagamento sul provvedimento ed effettuava la registrazione su un apposito registro conservando le somme in una cassaforte”. Una sentenza composta di 21 pagine fitte a raccontare come si sia potuto verificare l’ammanco da 129.228,35 euro che la dipendente del Comune Patrizia Massa dovrà risarcire, secondo la decisione presa dalla Corte di Conti, sezione del Piemonte. E se al momento di scrivere non è ancora stato possibile mettersi in contatto con la difesa, l’avvocato Luciano Crocco, appare chiaro il quadro che ha portato all’esito. All’ammontare complessivo si è arrivati con l’indagine portata avanti dalla Guardia di Finanza che “ha effettuato una verifica completa di ciascun provvedimento in materia edilizia confrontando l’ammontare dei diritti pagati da ciascun interessato e le somme versate all’economo” del Comune. Nel corso dell’indagine sono state archiviate le posizioni dell’economo stesso, Edoardo Cavanna, e dell’ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico, Guido Chiappone.

“Il versamento allo sportello dei diritti da parte degli utenti dell’ufficio urbanistica – si legge nella ricostruzione fatta dalla Fiamme Gialle - la signora Massa incassava le somme, apponeva il timbro di avvenuto pagamento sul provvedimento, effettuava la registrazione su apposito registro. Dopodiché le somme venivano conservate in cassaforte e all’inizio di ogni mese la Massa consegnava (solo in parte) le somme incassate all’economo, Edoardo Cavanna, che rilasciava ricevuta e provvedeva a versare il tutto in tesoreria”. Nella memoria difensiva depositata in data 31 agosto 2016 la dipendente ammise responsabilità riferite agli anni 2009, 2010 e in parte 2011 per una cifra complessiva di poco inferiore a 20 mila euro. Sempre secondo le risultanze dell’indagine i versamenti effettuati per gli anni 2009-2015 ammontano a 40.274,00 così ripartiti: 2009 - euro 19.146,00, 2010 - euro 12.099,00, 2011- euro 7.211,00, 2012 - euro 1.401,00, 2013 - euro 417,00. Gli incassi accertati dall’incrocio con le pratiche erano invece di 169.502,35, così ripartiti (2009 euro 28.119,00; 2010 - euro 19.099; 2011 - euro 25.279,00; 2012 - euro 20.998,00; 2013 - euro 28.260,50; 2014 - euro 24.856,00; 2015 – euro 22.890,00). La differenza è la cifra che la dipendente dovrà restituire e sulla base della quale è stato disposto il sequestro cautelativo dei beni. In un primo momento la cifra ipotizzata sulla nota del revisore dei conti del 30 dicembre 2015 era di 68.773 euro. 

5/08/2017

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