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Alluvione

Alluvione, i danni agli impianti sportivi e la voglia di ripartire

A quindici giorni dagli eventi alluvionali che hanno segnato un territorio mai come in queste ore così fortemente caratterizzato geograficamente e socialmente, si cerca di capire cosa ne è stato di impianti sportivi che fino a lunedì 13 ottobre erano parte integrante nella vita di tutti
ALLUVIONE - Ci sono luoghi che sono il simbolo di una città o di un paese e fra questi un impianto sportivo perché nella nostra società una palestra o uno stadio sono una moderna “agorà”, un punto di ritrovo soprattutto per i più giovani dove stare insieme e condividere ideali positivi come amicizia, partecipazione e spirito di gruppo. Doveroso quindi, a quindici giorni dagli eventi alluvionali che hanno segnato un territorio mai come in queste ore così fortemente caratterizzato geograficamente e socialmente, andare a capire cosa ne è stato di impianti sportivi che fino a lunedì 13 ottobre erano parte integrante nella vita di noi tutti: se lo facciamo non è per “pruderie” o per sensazionalismo, ma per raccontare quanto sia cambiato il territorio per un evento calamitoso. Certo, è molto più malmesso chi non ha più un tetto dove vivere o chi non ha salvato nemmeno i vestiti e nei loro confronti potrebbe sembrare oltraggioso parlare di sport ma se si pensa a cosa significa nella società moderna una squadra (non importa di quale disciplina) sportiva allora forse si può comprendere che parlare di sport ai tempi dell’alluvione non è blasfemo o offensivo. Soprattutto se si guarda al lato positivo della vicenda perché l’emergenza ha messo in luce tante belle storie fatte di solidarietà e umanità, di aiuto e lavoro, tutte legate dalla passione delle persone per lo sport. Alla faccia di chi pensa che lo sport non abbia valori.

Novi, piscina a bagno
Nella città di riferimento per il suo territorio lo sport ha vissuto giorni migliori. Emblematico che il sindaco abbia emesso un’ordinanza in cui vietava attività sportiva nelle palestre comunali martedì 14 ottobre. Una scelta legata da motivi contingenti e di rispetto del momento difficile che la città viveva. Prima ancora di ricevere la comunicazione ufficiale, la Novese, squadra e dirigenti, aveva deciso di annullare la quotidiana seduta di allenamento ma la squadra biancoceleste è andata oltre, rifiutando ogni ipotesi di inversione del campo ("baggianate" le ha definite patron Renato Traverso) per il match con il Voghera e anzi allestendo domenica al Girardengo (caldaia fuori uso per qualche giorno) un punto di raccolta per gli alluvionati a cui la società e i giocatori, a titolo personale, hanno contribuito non poco. Chi se l’è passata peggio è la piscina coperta di via Rosselli. Lì, l’acqua ha invaso i locali dove sono sistemati i motori necessari per la pulizia delle vasche e solo l’intervento della protezione civile ha permesso al gestore di svuotarli. Nei giorni successivi è invece scattata la macchina della solidarietà con tanti genitori di ragazzi che vivono la struttura impegnati a ripulire dal fango le strutture che hanno riaperto a inizio di questa settimana.

Cassano, c’era una volta il “Fusaro”
C’era una volta un campo di calcio in un paese di nome Cassano. Non è purtroppo una favola ma quello che è successo a Cassano dove il “Pietro Fusaro” ormai è un ricordo: il campo, gli spogliatoi e la recinzione (sparita) sono stati coperti da almeno un metro di acqua che ritirandosi ha lasciato fango e melma, quella che nel nostro dialetto chiamiamo “nitta” e che è dura da mandare via, nell’animo e sul campo da gioco. Difficile che il Cassano (prima categoria) possa tornare a essere operativo, più probabile che i biancocelesti emigrino altrove, ospiti di qualche club limitrofo. I dirigenti però non si sono tirati indietro e hanno cercato di salvare il salvabile provando a ripulire almeno gli spogliatoi per recuperare divise sociali e materiale di gioco. Per il paese, da sempre fedele e attaccato alla sua squadra di calcio dove sono cresciute generazioni di bambini, una grave perdita ma in giorni difficili era bello vedere i dirigenti storici lavorare alacremente per recuperare il materiale. Non lo facevano per loro stessi, ma per una squadra e indirettamente per il loro paese. Un modo come un altro per sentirsi vivi e per ripartire perché i cassanesi sono forti e tenaci e non sarà certo una calamità ad allontanarli dalla vita sportiva.

Stazzano, dove già si ricostruisce
Il campo del centro a ridosso di Serravalle è stato invaso non dall’acqua ma dal fango sceso giù da una frana che si è staccata dalla collina che sovrasta la struttura. Risultato: campo impraticabile e addio allenamenti e partite per i tanti team che usavano la struttura come appoggio per le loro attività (Libarna, Valli Borbera e Scrivia, Borghetto). Ma è da Stazzano che arriva la speranza: già sabato scorso infatti i gestori del campo erano nella struttura con un’impresa locale per cercare di capire il da farsi e per ripartire concretamente. Non è un caso infatti che il campo sia proprietà di una parrocchia retta da un parroco moderno come Don Paolo Padrini, un giovane a suo agio coi giovani. Don Paolo (impegnato in prima persona per aiutare la sua comunità con pala, guanti e sorriso) è stato il primo a dare l’input ai collaboratori e a chiedere loro di non perdere tempo perché da uomo di fede sa che agli uomini non deve essere tolta la speranza.

Borghetto, Girl senza campo
Giocavano a Stazzano ma l’alluvione ha reso impraticabile la struttura che ormai da due anni era la loro casa e per le ragazze del Borghetto calcio femminile si apre una piccola odissea, alla ricerca di una nuova struttura che possa, almeno provvisoriamente, ospitarle. Domenica la squadra ha chiesto e ottenuto il rinvio del match di campionato di serie C anche perché i dirigenti del team erano impegnati sul campo a gestire l’emergenza che ha colpito il paese della bassa val Borbera. Allenamenti sospesi anche per rispetto a Giulia Paonessa, giocatrice che vive a Genova nei quartieri più disastrati.

Gavi dal fango alla speranza

Anche nel capoluogo della val Lemme il campo da calcio ha subito gravi danni costringendo il club (prima categoria) a sospendere l’attività e a chiedere il rinvio in coppa Piemonte. Qui addirittura non è stata l’acqua a fare direttamente dei disastri ma il fango che si è staccato dalla collina del Forte e che dopo essere sceso in città ha finito la sua corsa nel campo, ideale catino a fondo paese. Il risultato è stata una striscia di fango di 60 metri di lunghezza e di 8 di larghezza che ha reso inagibile il campo e che ha anche danneggiato gli spogliatoi ma anche in questo caso i dirigenti non si sono persi d’animo e hanno lavorato alacremente per salvare le strutture e il materiale anche per garantire un futuro sportivo ai tanti ragazzi delle giovanili.
Ben più seri i problemi che hanno coinvolto il palasport e la squadra di pallavolo che ha rischiato di perdere tutto il materiale ma che comunque sabato sera era in campo nel torinese per onorare la maglia che indossa e la città di cui porta, orgogliosamente, il nome.

Carrosio e la solidarietà
Il campo di Carrosio invece non ha avuto alcun danno, perché lontano da fiumi e colline. Con qualche piccolo accorgimento l’acqua è stata fatta defluire e per la piccola squadra affiliata alla Sampdoria non ci sono stati grossi problemi. Però anche qui è la solidarietà che l’ha fatta da padrone. Un ragazzo che gioca nei Giovanissimi carrosini e che vive a Arquata ha avuto la casa invasa dal fango. Il giorno dopo si è trovato sull’uscio di casa un gruppo di quasi 15 persone disposte ad aiutarlo nel lavoro materiale per tutta la giornata e il giorno successivo sono state le mogli ad aiutare la famiglia ripulendo la casa. Erano i genitori dei suoi compagni di squadra, perché a volte lo sport ha da insegnare alla vita. Stare in gruppo significa anche questo. 
28/10/2014
Maurizio Iappini - sport@ilnovese.info

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