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Interviste

Scagni: “Adesso parlo io…”

Quali sono le vere cause del dissesto del Comune di Alessandria? Fu solo colpa di Fabbio, o la situazione di oggi ha radici più complesse, e lontane nel tempo? L’ex sindaco Mara Scagni ribadisce “nel 2007 i conti di Palazzo Rosso erano in ordine”, e analizza gli ultimi vent’anni di politica amministrativa cittadina. “Oggi Alessandria è in ginocchio, e non vedo il progetto di rilancio”
INTERVISTE - Che fine ha fatto Mara Scagni? Spesso evocata nel dibattito pubblico cittadino (in ultimo proprio qui su AlessandriaNews dal prof. Delmo Maestri), l’ex sindaco di Alessandria da alcuni mesi, dopo l’uscita dal Pd e il fallito tentativo di rientrare in consiglio comunale con una sua lista civica, ha scelto di tenere una posizione defilata. “In realtà sono tornata ad immergermi nel mio lavoro in banca, che mi impegna molto, e che mi sta dando anche belle soddisfazioni. Ma non ho per niente rinunciato ad un ruolo di osservatore critico: amo la nostra città, e sono non poco preoccupata”. La incontriamo, per avere il suo punto di vista su quanto è successo in questi anni sul nostro territorio, e sugli scenari che ci attendono.

Dottoressa Scagni, prima di tutto ci chiarisca: parliamo con un ormai ex politico, o la sua è solo una pausa di riflessione?
Bella domanda. Diciamo che io non ho mai fatto politica per occupare posti, e ricavare prebende, avendo sempre avuto un mio lavoro, a prescindere. E a questo lavoro in banca oggi mi sto dedicando con molta passione, in un momento di grande trasformazione. La passione civile e politica è intatta, sia chiaro. E non sono mancate in questi mesi alcune proposte personali, che mi hanno anche fatto piacere. Ma in questo momento il mio sentimento di appartenenza rispetto a questo o quel partito è davvero basso, direi inesistente. Pur rimanendo io una persona di sinistra, naturalmente.

Ha partecipato alle primarie di domenica scorsa?
Naturalmente sì, e ho votato Bersani: non credo a certe ansie di rottamazione estemporanee, alla Renzi. Con ciò, comunque, ribadisco la mia critica nei confronti del Pd, che a mio avviso ha ampiamente deluso le aspettative, non si è rivelato strumento idoneo ad intercettare il fortissimo bisogno di cambiamento che si avverte ovunque, nel Paese.

Parliamo di Alessandria: cosa replica a chi sostiene che i problemi della galassia di Palazzo Rosso, sfociati nel dissesto dei mesi scorsi, sono in realtà cominciati con le due giunte Calvo, e sono proseguiti nel suo quinquennio, 2000-2007?
Dico semplicemente che basta far parlare i fatti, i numeri per capire che non è così. Rivendico una forte discontinuità sia rispetto alla gestione leghista della città (che in effetti ha brillato sia per clientele, che per gestione finanziaria un po’ troppo euforica), sia naturalmente rispetto allo sciagurato quinquennio del sindaco Fabbio, le cui scelte tragiche ho denunciato fin da subito, peraltro in quasi totale solitudine.

Facciamo qualche passo indietro dunque: in che condizioni di salute ha trovato il Comune di Alessandria quando si è insediata, nella primavera del 2002?
Molto difficili. Per un momento mi chiesi davvero chi me lo facesse fare, lo ricordo bene: il quadro della liquidità e delle risorse era assolutamente preoccupante. Per questo ci siamo messi a lavorare a testa bassa, ma senza fare marce contro nessuno (e questa battuta ognuno la legga come crede, ndr), per risanare la situazione, prima di partire con i progetti e gli investimenti. Se errore ci fu, dico a posteriori, fu quello di non aver saputo comunicare in maniera efficace alla città la situazione ereditata, e le scelte obbligate che dovevamo fare. Per cui partimmo in ritardo con isola pedonale e raccolta differenziata: due progetti che rifarei, ma che andavano avviati subito, all’inizio del mandato, per dare il tempo alla città di “digerirli”. Ma, ribadisco, non lo si è potuto fare.

C’è anche chi dice: fu la giunta Scagni ha precise responsabilità sui “derivati” comunali, e sull’avvio di politiche di cartolarizzazione poi rivelatesi fallimentari. Cosa replica?
Ne approfitto per fare chiarezza: la situazione degli investimenti in derivati la ereditammo e fummo costretti a gestirla: direi anche che limitammo i danni come meglio non si poteva, dato il contesto. Sulla vendita degli immobili comunali: innanzitutto esistevano precise indicazioni a livello nazionale, e Svial fu creata con l’obiettivo di mettere sul mercato solo immobili e terreni non utili all’attività istituzionale. Ricorrere ad anticipazioni bancarie non era, e non è, un principio peraltro in sé sbagliato. Assurda è stata la perversione di chi è venuto dopo di noi: invece di procedere con razionalità, liquidando prima le anticipazioni esistente, ne sono state fatte altre, e poi altre ancora, alimentando un meccanismo che naturalmente ad un certo punto non ha più retto. Però io ribadisco: nella primavera del 2007 noi abbiamo consegnato un ente con conti in ordine, checché sostenga Piercarlo Fabbio.

Altra critica dottoressa Scagni: anche esponenti della sinistra alessandrina (Brina e Maestri, ad esempio) sostengono che lei contribuì non poco a moltiplicare il numero delle società partecipate, e dei dipendenti della galassia di Palazzo Rosso…
Ma non è vero! Guardi, io chiedo pubblicamente, una volta per tutte, che siano resi pubblici gli elenchi di tutte le persone assunte dalla mia amministrazione, e da quella di Fabbio. Ma anche nomi e cognomi, per favore: così capiremo subito se ci sono state logiche clientelari, e chi le ha applicate!

Durante l’amministrazione Fabbio, lo ha ricordato anche lei, fino almeno ad un anno dal voto si ebbe l’impressione che a fare opposizione in consiglio lei fosse sola, almeno dentro il Pd. Che successe?
Successe, semplicemente, che sono stata abbandonata da buona parte dell’apparato del Pd già durante il mio mandato come sindaco: altrimenti forse non sarebbe finita come è finita. E dal 2007 in poi, mentre io facevo opposizione seria, perché capivo cosa stava succedendo, è successo addirittura che, più di una volta, miei compagni di partito si siano scusati, più o meno ufficialmente, per il mio comportamento. Il che credo sia emblematico. A mio avviso comunque qualcuno non ha davvero capito fino in fondo cosa stava succedendo. Altri, invece, hanno forse ritenuto che fosse più conveniente lasciare degenerare la situazione, per poi approfittarne.

Lei pochi mesi fa si è candidata a sindaco “sola contro tutti”: lo rifarebbe?
Il mio obiettivo, lo dissi con chiarezza, e lo scrissi sul sito web e sul libretto che stampai a mie spese in campagna elettorale, non era certo tornare a fare il sindaco, ma entrare in consiglio, per continuare a dare un contributo disinteressato. Lo rifarei certamente. Qualcuno, si figuri, mi ha anche detto: “vedi, se non ti fossi messa di traverso, oggi un incarico lo avresti di sicuro!”. Ma per favore, dico io: non ho mai cercato incarichi e stipendi dalla politica neanche quando ero giovane, figurarsi ora!

Si è fatto molto pettegolezzo sui conflitti tra lei e Rita Rossa, le due prime donne della sinistra e così via. Come sono i rapporti oggi?
Cordiali, ci mancherebbe. Un conto è il dissenso politico, altro sono i rapporti personali. Poi onestamente credo che oggi Rita abbia un compito difficilissimo, e non sono tra quelli che, ad esempio, le attribuiscono responsabilità sul dissesto. Almeno finché ho avuto accesso alla documentazione, ossia finché sono stata in consiglio, direi che dichiarare il dissesto, più che un’opzione, appariva un obbligo. Naturalmente però non ero presente all’incontro tra il sindaco neoeletto e la Corte dei Conti, e non so dire se in quella sede si potesse ancora tentare di giocare la carta di un posticipo, e se sia stato fatto.

Ma se lei fosse stata eletta sindaco, in questi mesi avrebbe fatto scelte diverse?
E’ certamente una situazione delicatissima, con soluzioni tutte da inventare, e da sollecitare. Però certamente non mi è piaciuta l’insistenza con cui si è ricorsi alla piazza, ai media anche nazionali alla ricerca di sovvenzioni dallo Stato centrale. Ma la legge sul dissesto quanti dei nostri amministratori l’hanno letta davvero? Giusta o sbagliata che sia, certamente migliorabile, la legge è stata fatta proprio con la logica di dire basta alle continue richieste di interventi governativi. E infatti arriveranno al più dei prestiti, che andranno restituiti.

Ma lei dove andrebbe a reperire le risorse per pareggiare il bilancio dell’ente?
Partiamo da numeri drammatici. Vorrei ricordare che, nel 2007, ho lasciato un ente che chiudeva in sostanziale pareggio: 90 milioni di entrate, e 90 di uscite. Fabbio ha determinato un quadro devastante: 85 di entrate reali, e 130 di uscite. Il centro sinistra, però, in questi mesi non mi pare abbia minimamente indicato che strada intenda percorrere per riequilibrare la situazione. Il 2012 sarà un anno di galleggiamento, ma dal 2013 che intendono fare? Consideriamo anche che nei prossimi anni occorrerà anche in qualche modo recuperare le risorse necessarie a “colmare” il dissesto, appena i commissari ne avranno quantificato l’entità. E si parla di almeno 140 milioni di euro: anche se i fornitori credo sappiano bene che incasseranno i loro crediti tra chissà quanto, e solo in minima parte. Certo, sarebbe bello poter aumentare le entrate, ma di questi tempi, e con le imposte già ai massimi di legge, mi pare improbabile. Chiaro quindi che non si può che lavorare su una drastica riduzione delle uscite.

Quindi licenziamenti di massa in Comune e nelle partecipate?
No, prima senz’altro taglio di tutte le altre spese. Però inutile girarci attorno, come stanno facendo: è chiaro che la riorganizzazione passa anche attraverso una riduzione, magari in parte anche temporanea, del personale. La legge sul dissesto prevede, per i dipendenti diretti del comune, la possibilità di ricorso alla cassa integrazione. Mentre per le partecipate il discorso è più articolato, e va valutato caso per caso con attenzione. Il Cissaca, ad esempio, è una realtà essenziale, e al contrario di altri non può andare sul mercato a cercare risorse: quindi non si può certo equipararlo, nel trattamento, ad Amiu o a Amag. Insomma, ci vogliono idee, nervi saldi, un progetto e amministratori in grado di realizzarlo. Li abbiamo? Giudichino gli alessandrini.

Ma lei è ottimista?
Di natura, sempre. In queste settimane però, quando ogni tanto dopo il lavoro riesco a permettermi una passeggiata in centro, non posso fare a meno di constatare che Alessandria è una città ferita, in ginocchio. E a prevalere nella popolazione è purtroppo un sentimento di rassegnazione, di pessimismo. Come cittadini, aspettiamo dal Palazzo un segnale di vero cambiamento, e un progetto per la città che ancora non si vede.

 
30/11/2012

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