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Alessandria

“Il Paese delle badanti”, quando l'umanità non si insegna

Durante l'incontro organizzato dall'associazione Cultura e Sviluppo è stata presentata l'opera dell'antropologo Francesco Vietti, che affronta il tema dell'assistenza famigliare in Italia. Un libro per raccontare una fra centinaia di migliaia di storie, che si intrecciano e si legano ad altre storie e ad altre vite
ALESSANDRIA - Le assistenti famigliari straniere che vivono e lavorano nel nostro Paese sono circa un milione e le famiglie che negli ultimi venti anni hanno avuto bisogno di questo tipo di aiuto quotidiano superano i sette milioni. Per discutere e approfondire questo argomento l'associazione Cultura e Sviluppo ha invitato nella serata di giovedì 27 marzo Francesco Vietti, antropologo ricercatore membro del comitato scientifico del Centro Interculturale di Torino ed autore de “Il Paese delle badanti - Una migrazione silenziosa”. A moderare l'incontro Rosmina Raiteri, psicopedagogista di ICS Onlus; in veste di relatrici sono intervenute Marina Fasciolo, assistente sociale del CISSACA, Consorzio per i servizi sociali di Alessandria e Milda Teves, assistente famigliare da quasi trent'anni residente nella nostra provincia.

Marina Fasciolo ha aperto il dibattito spiegando come negli anni lo sportello d'ascolto destinato alle famiglie che hanno in casa un anziano non autosufficiente e alle assistenti famigliari, nella maggioranza dei casi donne straniere, abbia raccolto decine e decine di storie e testimonianze. E' stato quindi creato un vero e proprio gruppo di confronto nel quale queste lavoratrici provenienti da Paesi diversi condividono esperienze e trasformazioni interiori. La Fasciolo aggiunge che “un tema ricorrente nelle storie di queste donne è la capacità d'incontro tra due solitudini: quella dell'anziano e quella della badante. La gestione delle emozioni può essere la molla che fortifica la relazione tra assistente ed assistito”.

La parola passa quindi a Francesco Vietti, che illustra il percorso che lo ha portato, quasi inevitabilmente, a scrivere un'opera che inizia in realtà nel momento in cui Nadia, assistente famigliare di origine moldava, entra in casa dei suoi nonni per accudirli ed aiutarli negli ultimi anni della loro vita.
Vietti spiega che “la storia di questo libro comincia nel 2005/2006, periodo in cui per motivi di studio frequentavo spesso la casa dei miei nonni, un appartamento di quei palazzi della periferia di Torino costruiti negli anni '50 per gli operai della FIAT. Tutto nasce nel momento in cui inizio a parlare con Nadia, la loro badante. Una persona che chiamava mio nonno esattamente come lo chiamavo io: semplicemente “nonno”.”
L'antropologo e ricercatore del Centro Interculturale di Torino, allora semplice studente di Lingue e Letterature Straniere, stimolato da alcune conversazioni tra Nadia e i suoi nonni in cui si manifestavano diversi punti di incontro ed esperienze condivise, le chiede di poterla seguire in uno dei suoi viaggi di ritorno in Moldavia per comprendere meglio quell'universo nascosto del quale, in casa, non parlava mai.

Vietti racconta di come, un sabato di luglio del 2006, con Nadia sia salito alla volta della Moldavia su uno dei classici pulmini che nei fine settimana partono da quasi tutte le città d'Italia verso i Paesi dell'est. Pulmini quasi sempre carichi di ogni genere di merci (frigoriferi, lavatrici, televisori, ecc...) e di persone che ogni volta lungo il viaggio coltivano speranze e preoccupazioni.
L'autore insieme a Nadia giunge a destinazione dopo 2000 Km e quasi 48 ore di viaggio. Un villaggio di circa 5.000 persone delle quali 1000 in emigrazione. Case basse e sommerse nel verde, con qualche traccia del passato comunista. Un paese con vie senza nome e senza monumenti, solo abitazioni, in cui in ognuna si nasconde una storia di emigrazione, soprattutto femminile. Un posto in cui coloro che sono rimasti non fanno altro che parlare dei parenti e conoscenti partiti per l'Occidente.
Lo scrittore viene colpito dalle relazioni che Nadia ha con il marito, i figli e gli anziani della famiglia, tutte problematiche e tutte controverse.
Un marito in perenne difetto nei confronti della moglie, con una vita subordinata ai guadagni molto più sostanziosi della consorte, che lo fanno sentire inadeguato e insoddisfatto. I figli, che più passa il tempo e più sembrano allontanarsi da lei, bimbi che attendono il ritorno della loro mamma più per i doni in arrivo che per l'affetto che questa ha in serbo per loro. La suocera, che non ha mai accettato la sua scelta di partire lasciando la famiglia e la casa, che invece avrebbe dovuto continuare ad accudire, come lei fece in gioventù.
Vietti conclude spiegando che, con la morte dei nonni, Nadia sarà costretta a lasciare quell'appartamento della periferia di Torino, per trasferirsi da un'altra famiglia.

Prima della visione del documento video “Vivere a metà”, basato sul tema delle assistenti famigliari in Italia, viene dato spazio alla testimonianza diretta di Milda Teves, che con molta emozione racconta la sua esperienza, gli affetti e i legami vissuti svolgendo questo tipo di impiego, “un lavoro che non si impara, che nessuno ti può insegnare, perché l'umanità non si spiega, non si insegna. L'umanità e la cura verso un altro essere umano sono del tutto naturali e nascono dal cuore”.
31/03/2014
Alessandro Francini - redazione@alessandrianews.it

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