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Lo Spazio

Il Gelso: "un luogo di vita"

L'hospice Il Gelso di Alessandria, una centro che assiste i malati oncologici e cronici grazie all'impegno e al calore dei suoi operatori e dei volontari dell'Associazione Fulvio Minetti
"Questo non è un luogo di morte, è un luogo di vita". Si rimane meravigliati a scoprirlo. All'hospice “Il Gelso” ci si avvicina, la prima volta, intimoriti per le sofferenze che quotidianamente lo abitano. Trovarsi di fronte a dolori e lutti. Invadere spazi intimi in momenti tristi. Bastano pochi passi però, per far svanire questi pregiudizi. Charlie, il cane residente per la pet therapy, gioca per i corridoi, un volontario ti accoglie con il sorriso e qualche battuta, e capisci: questo non è un luogo di morte. È un posto, semmai, in cui vengono portati a termini dei “cicli di vita”, come si dice da queste parti. Non una forma politicamente corretta per parlare di malati terminali, uno spostamento semantico, un diverso modo di vivere la morte. La persona prima del paziente, la qualità della vita prima della quantità di vita, questi sono i baluardi che guidano operatori del Gelso e volontari dell'associazione Fulvio Minetti. Tutto un altro significato. Qui “non si viene a morire ma a vivere gli ultimi giorni della propria vita”, ha lasciato scritto il famigliare di un paziente nel quaderno dei ricordi che campeggia all'ingresso.

L'hospice è aperto dal 2007 ed è stata la prima struttura del genere nell'Azienda Ospedaliera Santi Antonio e Biagio. Si occupa dei malati a fine vita, non solo a livello oncologico ma anche di quelli che hanno malattie croniche in fase avanzata, ad esempio le malattie neurologiche degenerative. Responsabile del centro è la dottoressa Gabriella D'Amico. Per accedervi ci sono dei criteri di ammissione dettati dalle linee guide nazionali e regionali: patologia oncologica o cronica, aspettativa di vita non superiore ai 4 mesi, sintomatologia importante. Diamo poi priorità a quei pazienti che non hanno nessun care giver, nessuno che può prendersene cura: a parità di gravità della malattia, privilegiamo loro”. Così ci ha raccontato Valeria Ghelleri, coordinatrice infermieristica del Gelso, a capo di 7 infermieri (di cui tre dedicati solo all'assistenza domiciliare) e 7 operatrici socio sanitarie che lavorano in equipe con 2 medici (più un terzo per 6 ore alla settimana preposto all'assistenza domiciliare), uno psicologo e altri specialisti dell'Asl Al disponibili a richiesta per le varie esigenze. Un gruppo unito, fondamentale tanto per chi ne fa parte quanto per chi viene curato “L'equipe è importante da un punto di vista umano: sostiene l'individuo di per sé”. Un lavoro di questo tipo richiede infatti l'appoggio e l'aiuto di ogni collega: “L'hospice cambia anche a noi la vita. Ci portiamo a casa i pazienti anche quando usciamo di qua. Non possiamo tirare giù una saracinesca e dimenticarli. Tanti pensano 'Beh...sono abituati alla sofferenza'. In realtà non ci si abitua mai. I pazienti di cui ci prendiamo cura ci coinvolgono, a volte più di quello che ci dovrebbero coinvolgere. Alla morte, alla sofferenza, nessuno di noi si abitua. Non è neanche una questione di età: la sofferenza è la stessa per tutti quanti. Il dolore di chi perde una persona cara, anche se ha 80 o 90 anni, è uguale. Avere a che fare con questo comporta una fatica mentale, pesante da sollevare. Richiede molto energie, e senza un gruppo di lavoro che si sostene l'uno con l'altro non le si possono trovare”.

Prendersi cura di persone alla fine della loro esistenza è un compito duro (un supporto psicologico è necessario per evitare sindromi da burnout). Ridà però molto in termini di emozioni, esperienze, calore umano. “In questo luogo si crea un legame. Molti famigliari tornano e mettono a disposizione le loro capacità per l'associazione. C'è il ricordo di un momento di dolore ma in cui c'è stata anche una positività, in cui hanno trovato qualcuno che gli ha aiutati. Molto ci dicono: 'È stato un momento doloroso ma meno male che è stato qui quel momento'. Nel personale trovano l'appoggio e la consolazione. Non si trovano da soli”. Scoprire questi valori in un momento difficile fa si che molti famigliari dei pazienti tornino poi all'hospice come volontari attraverso l''associazione Fulvio Minetti (nata nel 1993 da un gruppo di medici e infermieri sensibili al problema del fine vita che offrivano aiuto e cura ai pazienti terminali. Presidente attuale è Francesca Biolatto). “L'associazione si occupa sia di sostegno economico, ad esempio con acquisto di arredi, tv, zanzariere, che di formazione del personale contribuendo a master e corsi. Lo stesso fa poi con i suoi volontari in modo da renderli sempre più preparati per il sostegno ai pazienti -ci ha spiegato Antonella Cassinari, addetta stampa dell'Associazione Fulvio Minetti, passata per il Gelso durante il decorso della sua malattia- A lato facciamo una serie di attività di divulgazione e sensibilizzazione. Attraverso vari strumenti cerchiamo di promuovere la cultura del mantenimento della qualità della vita e della terapia del dolore. Questo è un indice di grande civiltà per un paese. Promuoverlo in Italia è ancora pionieristico”. È dell'associazione il merito di aver portato la mascotte Charlie nell'hospice. “Abbiamo promosso la pet terapy. Questa è stata la prima struttura pubblica in provincia a far entrare i cani: Charlie, il cane residente, e Gilda, il golden retriver visitatore che fa pet terapy anche all'ospedale infantile”. Accanto a questo, caffè filosofici, il libro di racconti e ricette ”Il consòlo”, “Il sapore della fragola” il cortometraggio realizzato per portare il tema del fine vita agli studenti delle scuole superiori, solo per citarne alcuni, sono le attività messe in piedi dall'associazione per raccogliere fondi e diffondere la cultura della qualità del fine vita.

Anche a guardarle con gli occhi dell'amministratore attento alle spese, le strutture di hospice non perdono nulla del loro valore: sono realtà virtuose a spesa contenuta. ”Secondo noi questo tipo di assistenza è un vantaggio anche per il sistema sanità. È uno dei modi di fare assistenza per cui occorrono meno fondi. Rispetto al ricovero nei reparti ospedalieri è ridotto. Nella nostra regione il costo di ricovero in hospice è di 258 euro a giornata. In medicina, per fare un esempio, si aggira sui 500/600 euro al giorno” spiega Valeria Ghelleri. Un punto d'eccellenza, da noi non sfruttato appieno. Il Gelso è omologato per 16 posti letto, disposti su due piani. Attualmente però ne vengono usati solo 11 e si lavora su un unico piano a causa della mancanza di personale. Cinque posti letto inutilizzati che equivalgono a cinque persone, cinque famiglie, cinque vite. Perché al Gelso “quando parliamo di pazienti parliamo anche di famiglie, sempre. Ci prendiamo cura di quello che è il nucleo famigliare di una persona malata. C'è un patto di alleanza tra equipe, paziente e famiglia del paziente”. È da questa intesa che nasce quell'esperienza dolorosa ma profondamente umana che fa parte dell'hospice. Un momento tragico, vissuto fino in fondo, in cui non si dimentica che, anche nella malattia terminale, la dignità e la qualità della vita di un uomo rimangono valori imprescindibili.
30/07/2012

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