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Lavoro

E il settimo giorno si riposò, ma mai di domenica o nei festivi

I centri commerciali aperti con regolarità la domenica e i festivi sono certamente una comodità, ma a quale prezzo? Sicuramente, oltre alla crisi dei piccoli esercenti, a farne le spese sono i lavoratori delle grandi catene, costretti a rinunciare alla propria vita sociale. Siamo proprio sicuri che sia il modello migliore per la nostra società?
ALESSANDRIA - Il primo maggio quest'anno è arrivato di domenica e per tanti lavoratori del nostro territorio, come in tutta Italia, invece che la Festa del Lavoro è stato semplicemente un altro giorno di lavoro, più pesante degli altri.
Quello del lavoro durante il weekend e i festivi è per molti dipendenti della grande distribuzione un vero incubo, una specie di moderna schiavitù dalla quale è difficile liberarsi con una battaglia individuale, e per la quale non pare ci siano le forze, e gli interessi, perché ci si provi ad affrancare collettivamente. 

A raccontarci la sua storia, simbolo di un'intera generazione di lavoratori, è Cristina (il nome è di fantasia, la storia purtroppo no), "fortunata" lavoratrice per una nota catena, con diversi punti vendita collocati in centri commerciali un po' in tutta Italia. Prendiamo volentieri spunto dal suo racconto per lanciare un appello a riflettere, fermarci un momento per capire se questo è veramente il migliore modello di società che possiamo e vogliamo costruire. 

Cristina ha una laurea in filosofia, parla 3 lingue, e nonostante una cultura universitaria alle spalle (finita, come tanti ragazzi, perché in università è quasi impossibile trovare un'occupazione stabile) si è trovata costretta ad accettare un lavoro nella grande distribuzione, una delle poche realtà in Italia ancora capace di offrire una qualche opportunità d'impiego.
Prende il minimo sindacale, come praticamente tutti i suoi colleghi
, non ha sostanziali prospettive di carriera, e ciclicamente si vede azzerare i bonus maturati e i premi di anzianità lavorativa perché "c'è la crisi", e se si vuole mantenere il posto di lavoro, "bisogna pur accettare qualche compromesso", come si sente ripetere non solamente dai datori di lavoro ma anche dai delegati sindacali. 

Quello che però Cristina fa ancora fatica ad accettare, ma da cui non riesce a sottrarsi, è la regola per cui se si vuole continuare a lavorare lo si deve fare dando la propria disponibilità a prestare servizio il sabato e la domenica, oltre a praticamente tutti i festivi.
Sono quelli i giorni infatti decisamente più redditizi per i centri commerciali, quando la concorrenza ai piccoli esercenti diventa ancor più impari, le famiglie scelgono di "fare una gita" in qualche mega-store e i lavoratori delle catene della grande distribuzione sono sistematicamente costretti a rinunciare alla propria vita sociale. 

L'appello di Cristina vuole provare a dar voce alle tante persone che, per difendere il proprio status di lavoratori, devono progressivamente rinunciare alla propria vita relazionale, agli amici, al partner, a coltivare relazioni, alla cultura, a una dimensione sociale che è prevalentemente organizzata su eventi e iniziative che si svolgono nei weekend. 

"In teoria si dovrebbe essere liberi di scegliere se dare o meno la propria disponibilità a lavorare nei festivi e nei finesettimana - racconta Cristina - ma la verità è che se scelgo di non presentarmi sul posto di lavoro sto venendo meno al contratto che ho firmato. La disponibilità a lavorare qualsiasi giorno dell'anno è ormai una clausola standard che si deve sottoscrivere al momento dell'assunzione, altrimenti non si viene scelti.
In Italia ci sono state sentenze pilota importanti (questa e questa), ma la verità è che siamo soli a combattere contro il sistema. Quando protesto con il mio sindacato mi viene risposto che devo essere felice di avere un lavoro, che nei festivi vengo comunque pagata un po' di più e che non dovrei lamentarmi. Oppure mi viene detto di fare una causa pilota, di non presentarmi al lavoro e che loro mi aiuteranno a far annullare eventuali provvedimenti disciplinari. E' chiaro però che finché il clima è questo, e le battaglie si combattono singolarmente, c'è poco margine per far cambiare la nostra condizione". 

Il Contratto Collettivo Nazionale negli articoli 141  e 142 fissa questi temi a una contrattazione di secondo livello, fra azienda e lavoratore, di fatto costituendo un rapporto assai impari quando ci si siede di fronte al tavolo per prendere accordi, specialmente se ciò avviene al momento della firma del tanto agognato contratto. 

"La verità - prosegue Cristina - è che basta farsi un giro nella grande distribuzione e prendere visione dei contratti di chi lavora nei centri commerciali per capire come funzionano le cose: tutti coloro che hanno un contratto part time vengono sistematicamente messi a lavorare anche nei festivi, compresi coloro che in teoria avrebbero un orario fisso che non lo prevederebbe. Spesso si fanno venire persone sul posto di lavoro e poi, se non c'è affluenza sufficiente di clienti, le si manda semplicemente a casa, rinunciando a pagar loro l'intera giornata, che in ogni caso a quel punto è rovinata. Io domenica primo maggio ho dovuto lavorare 8 ore filate, come tutte le altre domeniche dell'anno, esclusa Pasqua (per un totale di 51 domeniche lavorative in un anno). Questo vuol dire avere un contratto da 38 ore settimanali, che spesso è costruito sul fare meno ore in settimana ed essere impiegati al massimo possibile nei weekend. Ogni weekend". 

Ovviamente si ha poi diritto a un giorno di riposo infrasettimanale, ma non è certo la stessa cosa: "io per esempio sono a casa il giovedì. Ma il resto delle persone con cui vorrei relazionarmi il giovedì lavora. Questo vuol dire che nel corso del tempo gli amici hanno smesso di invitarmi a ballare e a uscire, perché nei weekend dovevo per forza sempre declinare l'invito, ma una situazione di questo tipo ti impedisce di avere una vita di coppia, di fruire delle iniziative culturali che sono organizzate nei weekend, insomma, di avere una vita sociale e culturale piena e appagante". 

"Un disegno di legge fermo in Parlamento per dare qualche tutela in più ai lavoratori esiste - conclude Cristina - è stato presentato da Michele Dell'Orco, del Movimento 5 Stelle, ma è stato insabbiato quasi subito - perché evidentemente dava fastidio - e si aspetta che venga discusso e votato da 2 anni".  Recentemente anche la Cgil sta lavorando a una carta dei diritti universali del Lavoro
9/05/2016

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