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Cinema

"Dolor y gloria". La nuova pellicola di Pedro Almodóvar

“La finzione e la vita sono le due facce della stessa medaglia e la vita include sempre dolore e desiderio” (Pedro Almodóvar)
 CINEMA - «Dal punto di vista dei fatti questa storia mi appartiene al quaranta per cento. Da un punto di vista più profondo sono io al cento per cento. E anche i fatti che racconto e che non fanno parte della vita avrei potuto viverli per davvero». Così Pedro Almodóvar, al Festival di Cannes in questi giorni per la presentazione del suo ultimo film, “Dolor y gloria”, che in contemporanea esce nelle sale italiane, mette in luce una verità fondamentale, alla base di quel continuo cortocircuito arte-vita che costituisce l’essenza del suo cinema e, per la maggior parte, della settima arte in generale.

«Raccontare la storia di un regista essendo tu stesso un regista implica il dover necessariamente inserire alcuni elementi della propria esistenza», prosegue Almodóvar. «Diventa impossibile non pensare alla propria esperienza e non prenderla come riferimento. Ed è così che la mia casa è diventata quella in cui vive Salvador, i suoi mobili sono i miei o sono stati replicati per l'occasione e il suo aspetto, in particolar modo i capelli, è simile al mio. Anche le sue scarpe e molti dei suoi vestiti appartengono a me. Quando sul set c'era un angolo da arredare, ci si fiondava a casa mia a prelevare qualche oggetto di quelli con cui convivo quotidianamente».

Ventiduesimo film del regista spagnolo, l’ottavo con protagonista l’attore feticcio ed alter-ego Antonio Banderas (dal primo, “Labirinto di passioni”, 1982, a “Gli amanti passeggeri, 2013), il sesto con Penélope Cruz, qui nel ruolo della madre Jacinta, “Dolor y gloria” è un autentico testamento spirituale, uno splendido gioiello della piena maturità, malinconico ma fiammeggiante come l’autunno, impastato di tinte calde e liquide (non solo a livello puramente visivo), di umori, vibrazioni, caratteri, sentimenti, emotività esasperata, gioia e dolore. Un’opera - la terza di Almodóvar con protagonista un regista, dopo “La legge del desiderio”, 1987, e “La mala educación”, 2004 - sempre riconoscibile per gli stilemi che hanno caratterizzato sino ad ora il cinema del maestro di Calzada de Calatrava, tuttavia meno votata al melodramma; pittoresca e fantasiosa, perennemente in bilico tra verità e finzione, realismo e affabulazione, ma ricca di un maggiore intimismo, della terribile dolcezza che viene dagli anni, dal tempo che trascorre. E che induce ai ricordi, con quel senso di distacco, di pietas (intesa come umano rispetto nei confronti dei propri simili, con tutti i loro limiti e affanni) che livella le asperità di una biografia, ne smussa gli angoli, attenuando i conflitti.
Ogni figura, oggetto, luogo (il paesino di Paterna, nella provincia valenciana, che fa da sfondo alla prima parte di storia, ambientata negli anni Sessanta, o la Madrid degli anni Ottanta), persona (da Salvador Mallo-Antonio Banderas - il cineasta in crisi sprofondato nel suo crogiolo di sofferenze fisiche e interiori, di rimpianti e rimorsi - ai personaggi non di solo contorno, come l’attore Alberto Crespo-Asier Etxeandia e il grande amore Federico-Leonardo Sbaraglia) costituiscono un rispecchiamento del Pedro bambino, ragazzo e infine adulto, impegnato, nel corso di un cinquantennio, a vivere, creare, amare, errare e poi tentare difficili ma teneri ritorni e riconciliazioni.

La pacificazione più grande, in questo film che evoca immediatamente il felliniano “Otto e mezzo” (1963) come il più visionario “Volver”, è legata al mondo del cinema, l’immenso ed eterno circo, la famiglia elettiva di cui Almodóvar dimostra di non poter fare a meno, circondandosi - per dare corpo ancora una volta alle proprie “magnifiche presenze” - di commedianti a guisa di figli perduti e ritrovati.

«Sia il personaggio di Antonio che io viviamo il grande problema di credere di non poter vivere senza il cinema, proviamo il grande senso di smarrimento che può venire dalla crisi di ispirazione e anche dalla sensazione di non poter tornare sul set per dolori fisici e la depressione. È la mia paura più grande, convivo con questo fantasma. Quando nel monologo lui dice “il cinema mi ha salvato”, è esattamente quello che è successo a me».

Cinema come salvezza, dunque, come possibilità, bellezza e necessità del raccontarsi: isola della memoria, paradiso perduto, luogo di conciliazione degli opposti, sfida - come sosteneva André Bazin - alla morte, alla lenta, inarrestabile decomposizione dei ricordi, degli amori.

In questo viaggio tra messinscena e cronaca appassionato e commovente, onesto e brutale - com’è nel temperamento di Almodóvar - offre il meglio di sé (anche del suo essere maturato, invecchiato, di aver affrontato un serio problema di salute) l’Antonio-Pedro che, qui, diventa anche un po’ Marcello (Mastroianni), regalando bagliori e ombreggiature, profondità e silenzi al racconto di una vita: «Quando mi ha dato la sceneggiatura, mi ha detto troverai un sacco di riferimenti a persone che conosci, tu stesso compreso. Ma è una sofferenza: devi liberati di tutto quello che sapevi prima, devi rimanere senza difese, è come ricominciare da zero. Il personaggio soffre e io ho usato la mia personale sofferenza nel film. Il mio infarto, per esempio. Pedro mi ha detto: “C’è qualcosa in te da quando ti è successo: non nasconderlo, non cerca di essere più giovane, più pieno di energie”».

In “Dolor y gloria”, dentro l’illusione che solo il cinema sa dare, quando è pura arte, due biografie, due umani percorsi, sono arrivati a fondersi in un’unica microsfera di tempo: «Quando ero ragazzo - ricorda Banderas - trascorrevo le estati in un piccolo villaggio chiamato Carratraca e lì c’era un posto dove d’inverno tenevano gli animali e dove in estate proiettavano i film…Ricordo che nell’aria potevi sentire ancora un odore di bestiame».

“Dolor y gloria”
Origine: Spagna, 2019
Genere: Commedia
Durata: 108'
Regia: Pedro Almodóvar
Cast: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Julieta Serrano, Raúl Arévalo, Asier Flores, Kiti Manver
Direzione della fotografia: José Luis Alcaine
Scenografie: Antxón Gómez
Costumi: Paola Torres
Musiche Alberto Iglesias
Produzione: Agustín Almodóvar, Esther García
18/05/2019

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