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Alessandria

“Che tristezza quelle vetrine spoglie”

Commercianti in rivolta per l'applicazione delle norme sull'imposta comunale di pubblicità, la cui riscossione è affidata alla società Ica. Multe salate per insegne che superano le misure previste e vetrine oscurate... Le associazioni: “ci rivolgeremo al Parlamento”
ALESSANDRIA – Sono pronti a dare battaglia e a sollevare la questione in Parlamento i commercianti alessandrini sulla vicenda dell'imposta comunale di pubblicità.
L'antefatto: il comune di Alessandria ha affidato lo scorso luglio ad una società di riscossione, la Ica, l'incombenza, prima in carico ad Aspal, di incassare l'imposta relativa all'affissione di messaggi pubblicitari. Gli addetti Ica hanno quindi iniziato a fare controlli sugli esercizi commerciali e comunicare, in seguito, importo dell'imposta ed eventuali multe.
Risultato: alcuni commercianti si sono visti recapitare contravvenzioni fino a 20 mila euro (nei casi estremi). Ma, quel che ha fatto imbufalire gli esercenti è stata “la mancanza di chiarezza”.
La norma, la legge 507 del 1993, recepita da un regolamento comunale, fissa infatti limiti stringenti per l'esposizione in vetrina di insegne, cartelloni, messaggi pubblicitari, “ma con un linguaggio tecnico-burocratico, tutt'altro che comprensibile”.
Si sono verificati così casi paradossali, con commercianti costretti ad oscurare le vetrine per non fare scorgere poster affissi all'interno, o a scrostare vetrofanie. “Nessuno vuole andare contro la legge, ma c'è modo e modo per applicarla”.
Uno di questi modi – mancati – era, ad esempio, dare un primo avviso, rilevando le irregolarità. “E invece, in alcuni casi, gli addetti hanno scattato fotografie, senza dire nulla, comunicando poi le infrazioni”.
Per il 2016 si sono tutti più o meno adeguati, ma in questi giorni stanno arrivando le multe, e saltate, per il 2015. “Ci hanno comunicato – dice ad esempio il titolare della Several copisteria di via Gramsci – che recandosi negli uffici di Ica è possibile avere una riduzione sulla maggiorazione del 30%, invece che del 50”.
Il malumore, comunque, è palpabile e crescente e l'altra sera oltre 200 commercianti hanno partecipato ad una infuocata riunione per decidere una strategia comune. Chiedono dialogo e sono pronti a rivolgersi al Parlamento per ottenere una modifica della normativa.
“Alla fine siamo sempre noi piccoli a pagare – dice un altro commerciante di via Gramsci – Io ho dovuto togliere uno striscione che, secondo le mie misurazioni entrava nei parametri di legge. E non era neppure una pubblicità con i marchi, era semplicemente una vetrofania che indicava la merce trattata”.
C'è chi ha dovuto togliere il cartello con gli orari di apertura, perchè riportava il logo del negozio, chi ha staccato tutti i poster affissi all'interno, “perchè erano visibili dalla vetrina”, chi ora ha timore ad esporre l'etichetta che indica lapossibilità di pagare con bancomat. Altri ancora la vetrina l'hanno oscurata.
Qundi, passando le vie del centro, si vedono vetrine spoglie e senza insegne. “La città è già grigia. E' questo quel che si vuole?”.
La vicenda da “tecnica” diventa anche politica. Anche perchè “politica” è stata la scelta di affidare ad una società esterna la riscossione della tassa; società che – per carità – fa il suo dovere. “Devono rientrare nei costi. Al Comune la società corrisponde – è emerso nella riunione dell'altra sera, a palazzo Monferrato – un canone di 1.750 mila euro. E quei soldi li deve recuperare in qualche modo, ma non a nostre spese”.
La prossima settimana si terrà un incontro chiarificatore tra associazione dei commercianti e amministrazione comunale. Prossima tappa: Roma.
29/01/2016

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