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Intervista

Arona: “Morgan Perdinka non sono io, però…”

Un nuovo romanzo, Malapunta, in libreria da qualche settimana, e un altro già prossimo alle stampe. Con Danilo Arona parliamo di Bassavilla/Alessandria, di letteratura e dei misteri della Val Cerrina…
Basta leggere la (anzi le, perché sono tre) prefazioni di Malapunta, il romanzo di Morgan Perdinka a cura di Danilo Arona, per perdersi nella terra di mezzo, dove realtà e finzione si mescolano creando un pathos narrativo che è quello tipico dei libri dello scrittore alessandrino più misterioso dei nostri anni. In realtà Arona il mistero lo bazzica da sempre, e un po’ certamente anche ci gioca, da vero artista della parola scritta che diventa racconto. Lo incontriamo nel suo “anfratto” creativo, sul retro della Mandragora, l’erboristeria di famiglia di via Trotti. E per una volta il lettore ci scuserà se abbandoniamo il lei d’ordinanza, che qui suonerebbe particolarmente stonato.

Danilo, Malapunta è il libro a quattro mani di cui si parla da tempo come il seguito dell’Estate di Montebuio?
No, quello è pronto, e in fase di editing. Titolo, provvisorio, L’autunno dei missili. Che sono quelli del 1962, di Cuba insomma, che nell’immaginario dei bambini di un paesino sull’appennino ligure-alessandrino si trasformano in paure molto concrete, e anzi in qualche modo arrivano proprio. Considera che c’è dentro molto di me: io nel ’62 avevo dodici anni, e fantasticavo, sia pur ad Alessandria e non a Montebuio (che poi è Monte Maggio, una trentina di anime tra Busalla e Savignone), su questi missili di cui i grandi non ci volevano dire nulla per non spaventarci. E proprio con questo loro atteggiamento misterioso generavano mostri nella nostra fantasia di ragazzini.

Ma è vero che lì tu sarai coautore, con una giovane collega quindicenne?
Verissimo, anche se la giovane scrittrice quando il libro uscirà, credo nel 2012 (profezia dei Maya permettendo), sarà già maggiorenne. Ma ne aveva quindici quando ci siamo messi al lavoro. E tutto è nato per caso, non pensare ad un’operazione editoriale costruita a tavolino, perché io non ne sono capace. Questa ragazza si è presentata, con la mamma naturalmente, alla presentazione di un mio libro, mi ha fatto leggere delle cose sue, e abbiamo cominciato a ipotizzare quel che, nel tempo, è diventato il romanzo a quattro mani.

E’ un’alessandrina?
E’ un’alessandrina. Ma per ora non saprai altro: creiamo un minimo di suspense…

Siamo partiti dal futuro Danilo. Ora veniamo però al presente, che è Malapunta. In che misura Morgan Perdinka, l’autore ufficiale del romanzo, è Danilo Arona?
Allora: diciamo innanzitutto che Malapunta è quel che oggi in rete si definisce un fake, ossia un falso non solo perché Perdinka non esiste, ma perché è citato, con tanto di bibliografia, proprio nell’Estate di Montebuio, e c’è quindi un personaggio letterario che diventa esso stesso autore. Non so se ci siano altri esempi italiani, sicuramente ce ne sono diversi nella letteratura americana. Comunque certo che in Perdinka c’è molto di quel che sono io, e magari anche di quel che avrei voluto essere. Sai, l’importante quando ci si cala nel fantasy, e in queste tematiche un po’ alla Shining, è non perdere il contatto con la realtà…

Tu ci riesci? Uno pensa ad Arona sempre circondato dal mistero, magari da presenze occulte. Invece…
Mah, secondo me è difficile che un alessandrino perda completamente il senso della realtà, o si faccia travolgere dall’emotività assoluta. Abbiamo questa sorta di cinismo di fondo, questo modo di guardare a tutto quel che accade con quel po’ di distacco che, per quanto mi riguarda, mi ha reso finora immune da rischi di eccessivo coinvolgimento letterario. E poi il fatto stesso di scrivere per lo più qui, nel retro dell’erboristeria, a pochi metri e in continua interazione con persone normalissime, che vanno e vengono per i fatti loro, è un buon antidoto.

Tu sei ormai un capostipite, e un autore di culto, sia sulla rete che in certi ambienti letterari, penso a Bologna ad esempio. Alessandria invece?
Alessandria la conosci anche tu, dai. E’ la mia città, ci sono nato e vissuto, è una di quelle terre che non ti lasciano partire, direbbe il personaggio di un mio libro. Però non è che ami molto gratificarti, ne io vado particolarmente in cerca di riconoscimenti. Certo, se penso che in certe rivendite cittadine i miei libri neanche li mettono in vetrina, mentre li trovi in bella mostra nelle migliori librerie di Bologna, come ricordavi tu, e anche di altre grandi città, un po’ mi arrabbio anch’io. Ma mi passa subito, figurati…

Ma il mercato del libro regge?
Ma no, cosa vuoi che regga. Io ho tanti amici scrittori, e di ottimo talento. Ma quelli che davvero riescono a vivere solo di scrittura sono pochissimi, e non necessariamente i più bravi. Il mercato non solo è in contrazione continua, ma campa di mode. C’è stata quella dei vampirelli adolescenti, e quella degli autori esordienti, il più possibile giovani. Meglio se ragazze. Niente di male, ma insomma il lavoro serio dell’artigiano è un’altra cosa. Io mi cerco e scelgo di volta in volta editori con cui sono in sintonia, e che lavorano seriamente. Come Edizioni XII, quello di Malapunta, per intenderci. Invece in autunno uscirà una graphic novel, Morbo Veneziano, in cui sono stato coinvolto come autore quasi per gioco. E’ come scrivere la sceneggiatura di un film, in fondo, e molte mie storie sono già cinematografiche di loro. Tra l’altro le fumetterie, al contrario delle librerie, sono per fortuna in pieno “boom”.

Tu con Bassavilla/ hai creato una sorta di “non luogo” letterario, mitico, che però ha una sua rispondenza concreta, reale che è Alessandria. Insisto: altrove ci marcerebbero, organizzerebbero festival, eventi…
Non dirlo a me. Certamente esiste, sul web e in libreria, una comunità di appassionati che ha mitizzato Bassavilla, e le sue storie. Tanto che ho autorizzato un’operazione letteraria per cui altri autori, anche di grande nome, hanno ambientato a Bassavilla le loro storie, in una sorta di antologia di racconti che dovrebbe essere in libreria l’anno prossimo. Io credo molto, e lo si vede un po’ in tutti i miei romanzi, che il paesaggio non è solo lo sfondo, ma diventa il protagonista, e determina certe storie, certe atmosfere e misteri. E’ del resto un filone che non invento io: dal primo Pupi Avati al mio amico Eraldo Baldini, l’horror gotico padano, se vogliamo usare questa comoda etichetta, ha precedenti illustri. E la nostra zona, bastarda e di confine, ben si presta. Fammi citare il film Texas di Fausto Paravidino, che riesce a mostrare in diverse sequenze questo territorio straniante, quasi americano…

Ma ad Alessandria c’è un gruppo di autori accomunati da un filo rosso creativo? Ti senti un po’ un capostipite?
No, per carità. Io sono e resto un battitore libero, con tutti i vantaggi del caso. Però sicuramente in città e in provincia non mancano casi di scrittori di valore. Per restare sul discorso del filo rosso comune, ci sono autori come Giorgio Bona e Angelo Marenzana a cui mi sento senz’altro molto vicino. Anche per un percorso culturale simile, oltre che per l’amicizia. Tutti e tre abbiamo studiato a Genova, e nelle nostre storie la genovesità da basso Piemonte, un po’ alla Paolo Conte, mi pare venga fuori in maniera significativa.

So che stai lavorando su un altro progetto/mistero, legato alla Val Cerrina. Ne parliamo?
Quel lembo di territorio a cavallo tra le province di Alessandria e Asti mi attrae da sempre, e ne ho scritto tante volte. Morti misteriose, apparenti disgrazie: giovani uccisi dal phon, dall’auto e dalla moto, suicidi sopra un treno o all’interno di una macchina che brucia, annegati in piscina o in un laghetto. Incidenti nei quali l’innaturalità di una morte ingiusta si accompagna sempre al dubbio dell’inspiegabile. Ne ho anche scritto l’anno scorso nel tuo blog, e sono stato contattato da una giovane del posto, che coltiva i miei stessi dubbi. Ci siamo conosciuti, mi ha portato a visitare quei luoghi, compreso un piccolo cimitero. Stiamo lavorando ad un progetto, è vero, che vedremo se diventerà un libro o che altro.

Danilo, e la musica?

Altra mia passionaccia, sin dai tempi del liceo. Primo vero concerto qui vicino, in via Legnano, all’allora Pepe’s Club. Era il 1965. Da allora non ho mai appeso la chitarra al chiodo, diciamo così. Per me suonare è un divertimento e un relax, meglio che andare in palestra. E se qualche amico chiama e propone, raramente dico di no….
31/07/2011

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